Per la newmedia art è tempo di ricominciare da UNO – Unidentified Narrative Objects


Per la newmedia art è tempo di ricominciare da UNO - Unidentified Narrative Objects

Mi è piaciuta la sfida che Francesco Monico ha lanciato con un dibattito sulla new media art al “Centro Forma” di Milano lo scorso 4 marzo. Francesco Monico è l’attivissimo Direttore Scuola Media Design & Arti Multimediali , presso la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti Milano, progettata da lui stesso, dove insegna Teoria e Metodo dei Mass Media.
Il simposio da lui organizzato sulla formazione e la ricerca nelle new media art, fa parte delle attività del programma di ricerca dottorale Phd M-node,  era incentrato su una tematica che ha colpito nel segno provocando una valanga di contributi da parte di critici, artisti, scrittori, registi e curatori italiani. Lo spunto teorico del simposio è stato la valutazione critica che Wu Ming 1 fa della narrativa italiana contemporanea definita New Italian Epic. Estendendone la portata culturale oltre la letteratura e trasponendone il paradigma dal romanzo all’ambiente audiovideo e alla new media art si compie il breve passaggio  che dagli Oggetti Narrativi Non Identificati porta agli Audiovisivi Non identificati.

Il celebre saggio di Wu Ming 1 sul New Italian Epic dice:
Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Il convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori …. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono “oggetti narrativi non-identificati”. Diversi loro libri sono divenuti best-seller/o long-seller in Italia e altri paesi… ma sono una generazione letteraria: condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono.

Monico ha chiesto a quasi 30 tra artisti, critici, registi e scrittori se quella massa di prodotti come film brevi, video clips, video artistici,  cortometraggi, clips musicali o net.art, installazioni interattive e spettacoli multimediali sono Oggetti Audiovisivi Non Identificati o spazzatura? Se le produzioni di media audiovisivi, così come le opere di new media art fatte in Italia dagli anni Novanta, fossero analizzate criticamente attraverso un nuovo paradigma e si condividessero le premesse critiche che Wu Ming 1 ha trovato nella tesi degli UNOUnidentified Narrative Objects– si avrebbe una nuova epica italiana legata alla new media art? C’è qualcosa che unirebbe letteratura e newmedia art oggi in Italia?
Quali sarebbero i confini dentro i quali la “nebulosa” della new (media art) italian epic trae origine? Esiste un contesto sociale storico e quindi culturale che ha identificato un unicum italiano che va oltre la letteratura e si allarga a macchia d’olio anche a produzioni artistiche degli ultimi anni?
In ambito letterario il sanguigno Wu Ming 1 ha avuto il merito di scatenare un dibattito che, come lui stesso afferma,  “non accenna a spegnersi, anzi, si ravviva e si innalza a ogni bava di vento.  Il memorandum, pubblicato in rete, è stato scaricato circa 30.000 volte, riprodotto in varie forme e commentato, letto a fondo o letto in fretta, celebrato o liquidato, osannato o crocifisso tipo rana in un museo.”

Questo dibattito va oltre ciò che NIE è, ovvero la sua personale ipotesi di lettura.  Ciò che è invece un dato di fatto, sottolinea Wu Ming 1, “è l’esistenza di un corpo di testi, libri scritti nella “seconda repubblica” aventi in comune elementi basilari e una natura allegorica di fondo. Se tale corpo non esistesse il memorandum non sarebbe “suonato bene” a così tante persone, né avrebbe scatenato tutto quest’ambaradàn”.

Questi elementi basilari, questa appartenenza a un momento storico e politico italiano che Wu Ming 1 individua come “seconda repubblica” sono comuni anche alla newmedia art italiana?
Le caratteristiche, che formano il ”campo di forze” esercitato da molte opere che hanno fatto la massa di New Italian Epic, è il giacimento di immagini e di riferimenti condivisi che connettono opere in apparenza difformi, ma che hanno affinità profonde. Wu Ming 1 è attento a non parlare di “autori” , ma di “opere”, perché il New Italian Epic riguarda molto più le prime che i secondi.

Opere che sono “mutanti”, libri che sono indifferentemente narrativa, saggistica, prosa poetica che è giornalismo e che è memoriale che è romanzo, fiction e  non fiction, ibridi tra saggi di teoria estetica e letteraria.  Libri come Lezioni di tenebra, Cibo, I viaggi di Mel, Gomorra e Sappiano le mie parole di sangue.

L’accorpamento è definito con un gioco di parole, le iniziali di “Unidentified Narrative Object” formano la parola “UNO”; ciascuno di questi oggetti è un uno, irriducibile a categorie pre-esistenti, un numero primo.

Ecco che cosa sono gli oggetti narrativi non identificati . E gli oggetti artistici (quindi più visivi, ma sempre narrativi) non identificati cosa sono, anzi quali sono? Esiste una nebulosa artistica? Esiste un campo di forze analogo per la news madia art italiana?

Secondo Wu Ming 1 alla base di questa nebulosa visiva ci sono i Garage Media, concetto affrontato con Monico in fase di preparazione e oggetto di un workshop MDAM NABA, ovvero  quella auto-legittimazione culturale di un atteggiamento spontaneo, sia tecnico che critico spinto dalla disponibilità di  videocamere, sistemi di registrazione e di editing che hanno costi sostenibili per tutti, che consentono una grande diffusione dei  ‘personal media’; le telecamere sono incorporate sia nei telefoni cellulari che personal computer e con l’arrivo del web 2.0 un grande quantità di contenuti video sono pubblicati on line. Questi materiali possono rappresentare i contenuti per una New Italian Epic per i media audiovisivi e la new media art?
Gli UNO hanno – dichiara Monico – un approccio new media alle nuove narrazioni e quindi a nuove storie, esprimono nuove sensibilità, nuovi oggetti e si rivolgono a nuovi mercati.
Lo scopo del dibattito è portare avanti la definizione del primo paradigma che parte dagli UNO e arriva all’individuazione di opere che si riverberano nella etica e estetica della New (media art) Italian Epic. Gli UNO sono visti come un tool per creare un canone di riferimento e compilare un memorandum, come ha fatto per la letteratura Wu Ming 1.


La nebulosa degli UNO della new media art ha aggregato fin da subito molta parte della scena artistica italiana, da OtheretO,  l’avatar artistico e collettivo che come nomade diventa anche opera. Oppure il lavoro del notissimo artista/paradigma  Darko Maver di  01.org. che, come dice nella conferenza Eva Mattes, è un artista che non esiste  e rappresenta un esempio di UNO, perchè come altri loro progetti, parte da una storia e non da un’immagine, da un’idea e non da un oggetto visivo. Ma i loro lavori partono soprattutto dalla “strada” e “dagli archivi”, perché hanno usato la strada come vetrina nel caso dell’azione di culture jamming  Nikeground, e hanno stravolto gli archivi media con tecniche di cut up e mush up con Darko Maver, emulsionando materiale girato da altri per occupare uno spazio nuovo per l’arte che è lo spazio scenico rappresentato dai media.


Anche il documentario di Nicole Leghissa dell’esploratore della fine dell’800 Pietro Brazzà, parte dagli archivi, ma va oltre la semplice  biografia diventa qualcosa che non si limita a raccontare una storia, ma rivela una collettività. Oppure il collettivo Aut Art che con l’operazione “Anna Adamolo“  crea una reazione di attivismo che parte dalla strada e che diventa un gesto artistico, che compie azioni con un immaginario non domato. Oppure l’ultimo lavoro di Studio Azzurro che come dice Paolo Rosa è non un opera ma un’operazione. Tutti lavori che ogni volta che si applicano al narrato si modificano e diventano qualcosa d’altro dalla partenza.

Come le storie raccontate da Salvatore Iaconesi (xDxD) comprese nel suo progetto Art is Open Source, che partendo dalle strade informatiche fa dell’intelligenza artificiale un’opera anzi un virus nato nel ventre materno della rete, il bambino dal nome Angel_f (Autonomous Non Generative E-volitive Life Form); per Iaconesi UNO è anche raccontare una storia in modo nuovo, usando la potenza narrativa del fake dell’opera-festival  RomaEuropaFakeFactory che deturna  falsamente un concorso targato Telecom in ciò che definisce  fare  skateboard: “gli skater non vanno solo su una tavola a rotelle, ma percorrono muretti, gradini, ringhiere e scale per tracciare la loro avventura narrativa sulla città, sovrapponendo alla storia dell’architettura un’altra storia, ovvero aggiungere uno strato di realtà del tutto narrativo a uno già presente, raccontando storie  sovrapposte alle altre.”  Questo è lo scopo della neo epica virtuale, il web ci sta abituando a storie sovrapposte, meta narrazioni, da cui segue il concetto di mutazione linguistica, narrativa. Sono Oggetti di Narrativi Interstiziali, dedicate  a piccoli momenti, a spazi di tempo, che mutando cambiano la scansione del tempo e quindi le modalità del racconto.

Anche noi di Piemonte Share siamo stati invitati a dare un nostro apporto con il meta-progetto Action Sharing e l’Orchestra Meccanica Marinetti . Un esempio di Oggetto Narrativo Non Identificato che prelude alla nascita di un’epica della newmedia art. Un’opera che a partire dalla committenza e dalla produzione adotta meta-storia diversa che propone una nuova visione del rapporto tra arte, aziende altamente innovative e laboratori di ricerca sul territorio. Un’epica visivamente narrativa che riverbera significati, archetipi e linguaggi connotandoli in un ambiente culturale, che OMM contiene in sé,  allo stesso tempo umanista e tecnologico.  OMM parte dalla strada raccogliendo oggetti di scarto, come i bidoni e si ritaglia spazi che non sono propri dell’arte, come il Laboratorio Interdisciplinare di Meccatronica del Politecnico di Torino e l’azienda di robotica Prima Electronic.

Ciò implica una visione nuova dell’opera d’arte, come motore dell’innovazione e una nuova idea di mecenatismo. L’opera è fatta da ingegneri, ma il progetto è di un artista; sono state utilizzate elementi tecnologici costruiti da aziende metalmeccaniche ma sono parte di uno spettacolo unico, un numero primo. Il campo di forze nasce nella newmedia art, ma serve al comparto tecnologico piemontese legato alla robotica come esempio di talento produttivo locale. Inoltre Motor quando esegue con OMM lo spettacolo nagHammadi fa uso di materiali di repertorio foto e i filmati di guerra NATO (già usati in cleanUnclean).

Ecco di  questi UNO sentiremo ancora parlare, perché la sfida è stata appena lanciata.

Seguiranno approfondimenti e interviste ai protagonisti della New/mediart Italian Epic.

Simona Lodi

http://newmediaepic.wordpress.com/

L’artista Natalie Jeremijenko a LIFT2009 – Ginevra

L’artista Natalie Jeremijenko conosciuta per le sue straordinarie capacità di combinare le innovazioni tecnologiche con implicazioni sociali e ambientali, nella conferenza di Lift2009 a Ginevra ci invita a considerare le risorse tecnologiche da un punto di vista che ha come base fondamentale il risparmio energetico, il riciclo e la lotta all’inquinamento.

http://www.nouvo.ch/liftvideo

Simposio su New Media Art a Milano

Simposio di riflessioni, argomenti e temi sulle ricerche e pratiche del Media Design e delle New media Art.

Mercoledì, 4 marzo 2009 – Forma, Centro Internazionale di Fotografia, Sala delle Capriate, Piazza Tito Lucrezio Caro 1. Milano, dalle ore 9.00 am alle 18.00 pm.

simposio_milano

// Dagli Oggetti Narrativi Non Identificati agli Audiovisivi Non identificati //

Nelle lettere italiane sta accadendo qualcosa. Il convergere in un’unica – ancorché vasta – nebulosa narrativa di parecchi scrittori …. In genere scrivono romanzi, ma non disdegnano puntate nella saggistica e in altri reami, e a volte producono “oggetti narrativi non-identificati”. Diversi loro libri sono divenuti best-seller à diverse, ma sono una generazione letteraria: condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidone/o long-seller in Italia e altri paesi. Non formano una generazione in senso anagrafico, perché hanno età diverse, ma sono una generazione letteraria: condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono.
.
(Da http://www.wumingfoundation.com/italiano/WM1_saggio_sul_new_italian_epic.pdf)

// Teoria e Laboratorio – La miglior dimostrazione è l’esperienza //
Il media design come disciplina di ricerca mostra i limiti delle idee e delle riflessioni che riguardano cose che non possono essere oggetto di esperienza; in questo senso la teoria assume una funzione normativa, indirizza a uno scopo, in vista del quale le linee direttive di tutte le regole convergono. E’ la causa. Mentre la pratica delle New Media art (sia audiovisivo, documentario, media art, video art, interactive art, net art) si pone come catalizzatore e rende possibile il manifestarsi dell’effetto del pensiero.

William Burroughs – rifiutato da Romaeuropa Web Factory Prize

William Burroughs - rifiutato da Romaeuropa Web Factory Prize

William Burroughs, scrittore cult per un’intera generazione di artisti, poeti e narratori diventato famoso per la tecnica del cut-up, è stato respinto dalla sezione letteraria del RomaEuropa Web Factory. “Non è un lavoro originale!”, ha decretato la giuria del concorso, il cui regolamento esclude le opere frutto di remix, mash-up e manipolazioni di contenuti.

Ecco le dichiarazioni dello scrittore recentemente apparse su un video di 1minuto e mezzo che circola da ieri in rete
http://www.youtube.com/watch?v=MdTBEFtrW2s

“Sono William Burroughs.
Non posso partecipare a Romaeuropa Web Factory.
Dannazione a quegli idioti, non capirebbero l’arte nemmeno se gli andasse a sbattere in faccia.
Ombre profonde si estendono sulla cultura quando la cultura non riesce a stare al passo con il mondo in cui vive.
Non posso partecipare a RomaeuropaWeb Factory.
Non posso partecipare perché sono un vecchio uomo, che ritaglia pezzi di carta, alla ricerca di poesie nascoste, letterature dimenticate, in cose gettate via, dimenticate, seppellite nella spazzatura.
Sono William Burroughs.Non posso partecipare a Romaeuropa Web Factory.”

William Burroughs adesso si è unito al RomaEuropaFAKEFactory.

Maggiori informazioni su
http://www.romaeuropa.org/

Share Festival posticipato

L’edizione di quest’anno di Share Festival è stata spostata. Bisognerà aspettare un pò di tempo: “Market Forces” ha finito per essere il tema del festival fin più di quanto ci aspettassimo. Ciò significa che Share Festival non sarà, come pianificato a marzo 2009, ma si svolgerà dal 4 all’8 novembre 2009.
In questi mesi di abbiamo lavorato tantissimo affinché la cultura e l’arte non fosse tagliata a causa della recessione economica. L’intervista di Simona Lodi pubblicata su http://www.interviewingthecrisis.org/?p=32 spiegava cosa stava accadendo a Torino. Per  sostenere la cultura e contro i tagli finanziari del governo c’è stata una grande manifestazione a Torino sabato 14 febbraio. Noi abbiamo fatto sentire la nostra voce insieme ad artisti, registi, attori e dj a Villa Capriglio durante l’evento “Love Share”. Dopo queste battaglie stiamo ottenendo alcuni risultati importanti : più visibilità sui media, più ascolto da parte delle istituzioni maggiore audience.

Proprio questo momento globalmente difficile ci ha fatto riflettere profondamente. Ci siamo chiesti insieme al curatore ospite Andy Cameron cosa volevamo e cosa non volevamo fare nel futuro. Questo confronto  ci ha portato all’obbiettivo di ri-progettare Share Festival nei contenuti e di legarlo maggiormente agli eventi di Torino che si occupano di musica, animazione e teatro in ambienti altamente tecnologici. Desideriamo anche aumentare il dialogo con il sistema dell’arte mainstream locale , perchè crediamo che questo dialogo porterà a un rafforzamento della nostra attività e quindi un aumento della capacità di realizzare un edizione di Share Festival sempre più interessante e creativa. Per questi motivi abbiamo scelto di posticipare Share Fest dal 4 al 8 novembre 2009 – -un mese dedicato alla arti contemporanee a Torino –  per lavorare a rinnovare il progetto e costruire legami con i nostri colleghi degli altri festival.

A presto.

Dopofuturismo a Carrara

Dopofuturismo a Carrara giovedì 19 e a Roma venerdì 20 febbraio 2009.

dopofuturismo2
In occasione del centenario della pubblicazione del Manifesto Futurista, la scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Carrara realizza un evento teorico, progettuale, artistico, gastronomico.
Il 19 febbraio a Carrara e il 20 a Roma verrà lanciato il Manifesto del Dopofuturismo, una riscrittura del manifesto originale con un testo che ha le stesse tonalità, le stesse cadenze e gli stessi ingombri tipografici, ma espressione del modo in cui OGGI si pensa al futuro.
Il futurismo è la testimonianza estetica e culturale di un secolo che credeva nel futuro. Come abbiamo immaginato il futuro durante i cento anni che ci separano dalla pubblicazione del primo manifesto del futurismo italiano, nel febbraio del 1909?
Come ce lo ha presentato l’attività degli artisti, dei poeti, dei pensatori? E come immaginiamo il futuro oggi, cento anni dopo la pubblicazione del primo manifesto futurista?

PROGRAMMA
• apertura delle esposizioni e installazioni prodotte da studenti e docenti a cura di Massimo Cittadini, Massimiliano Menconi, Federico Bucalossi
(http://groups.google.com/group/centenariofuturismocarrara/web/mostra-installazioni )
• conferenza con interventi di: Franco Berardi (Bifo), Tommaso Tozzi, Gabriele Perretta, Matteo Chini, Pier Luigi Capucci, Domenico Quaranta, Giacomo Verde
(http://groups.google.com/group/centenariofuturismocarrara/web/conferenza )
• lancio del Manifesto Dopofuturista in formato cartaceo

ART & LOVE VI

aderisci14 febbraio 2009 dalle ore 20.30
ART & LOVE VI
LOVE SHARE – l’amore al tempo del social network
VILLA CAPRIGLIO? Strada al Traforo di Pino 67

Love Share – l’amore al tempo del social network” è l’evento dedicato all’amore ed all’erotismo  a Villa Capriglio in occasione della serata dedicata al sostegno della cultura “Innamorati della Cultura” nel giorno di San Valentino.

L’evento nasce da un’idea di Simona Lodi ed è a cura di The Sharing, Associazione Culturale che si occupa di creazione e promozione di arte e cultura digitale organizzatrice di Share Festival,  dell’Associazione Culturale Situazione Xplosiva promotrice di un nuovo contesto favorevole allo sviluppo della cultura musicale elettronica in Piemonte e in Italia e di Malafestival/ Servi di Scena.

La novità di questa edizione di Art & Love VI saranno le installazioni, le proiezioni e postazioni internet a cura di Share Festival che esplorano con leggerezza il rapporto amore/web 2.0: come sono cambiati i rapporti amorosi con l’uso  di telefonini, chat, social network come youtube, facebook, msn e flickr? Come è l’amore al tempo del file sharing? Dove è finita la mia pila d’amore ricaricabile?

Contenuti eterogenei saranno presentati lungo la serata: si parte alle 22.30 con la proiezione del film Mr. Raven Show di F. Zuliani e del video Ci sarà di Coniglio Viola, a seguire i video porno-amatoriali che hanno vinto la seconda edizione del festival berlinese Come2Cut realizzato da Tatiana Bazzichelli e Gaia Novati, a chiudere una selezione di video da YouTube sul tema. A incorniciare visivamente l’evento le animazioni in flash di minimal porno, opera web ospitata dal collettivo attivista di Isole nella Rete.
A spezzare il flusso ininterrotto di immagini la videoperformance di Malafestival/Servi di Scena opus rt con Vanessa Vozzo e l’intervento di Giacomo Verde – “Il cattivo selvaggio – frammenti di un popolo in lotta per la  sopravvivenza PARTE II”. ?L’ambientazione amoroso-interattiva verrà inoltre accesa dall’installazione “Les amantes (loving the crisis)” di xDxD con penelope.di.pixel.

La serata proseguira ‘verso la mezzanotte con il clubbing dove saranno ospiti i dj Titta, Taba, Nano, Step, Eniac, Pulsar ed il live di The Pure.
Sergio Ricciardone presenta un set realizzato per 2 persone ad hoc per la famosa Cappellina della Villa.

Le Associazioni che organizzano Art & Love VI di Villa Capriglio sostengono la giornata “innamorati della cultura”, una manifestazione a sostegno della Cultura, volta a mettere in luce il lavoro degli operatori culturali, per farne conoscere la quantità e la qualità: fondazioni, associazioni, cinema, gallerie, musei, biblioteche, teatri, orchestre per tutta la giornata saranno aperte e attive con un ampio programma di manifestazioni a cui siete invitati a partecipare  www.abicidi.it.

ART & LOVE VI

www.villacapriglio.it
www.xplosiva.com
www.opusrt.it

RomaEuropaFAKEFactory

RomaEuropaFAKEFactory

GENERAZIONE>>
Il concorso RomaeuropaFAKEFactory nasce da “Freedom for Remix”, iniziativa promossa da [A]rtis[O]pen[S]ource (Salvatore Iaconesi/xDxD e Oriana Persico/penelope.di.pixel] e Marco Scialdone, con il supporto di DegradArte, ComputerLaw 2.0, NeRVi e Valeria Bochicchio.

ELABORAZIONE>>
RomaeuropaFAKEFactory prende spunto dal concorso RomaEuropa Web Factory per avanzare una riflessione ed una pratica su temi quali i diritti digitali e la proprietà dell’informazione.

DISTORSIONE>>
RomaeuropaFakeFactory è una competizione internazionale che consente ai suoi partecipanti di fare tutto ciò che il regolamento del concorso Romaeuropa Web Factory vieta loro, invertendone le logiche.

TAGLIA, COPIA, INCOLLA>>
Secondo le regole del concorso RomaEuropa Web Factory, prodotto da Fondazione Romaeuropa e Telecom Italia SpA, non è consentito agli artisti di partecipare con opere frutto di remix, mash-up, manipolazione di contenuti pre-esistenti. Questi, inoltre, sono obbligati a cedere, tramite liberatoria, tutti i diritti sulle loro opere, a tempo indeterminato, in esclusiva e a titolo gratuito, oltretutto garantendo agli organizzatori ogni diritto di remixare, manipolare e commercializzare le opere.

Fondazione Romaeuroma e Telecom SpA possono remixare. Gli Artisti no.

CUT-UP>>
Il superamento  dell’originalità come spazio della produzione e della sua circoscrizione in termini  di proprietà multinazionale –  più che la tutela reale dei diritti dell’ autore –   vuole essere qui proposto come  critica ad una attività di promozione culturale conservatrice, incapace di cogliere  le possibilità offerte dalle intersezioni dei piani tecnologici, culturali, sociali ed economico-politiche, che le nuove tecnologie hanno abilitato.

MORPHING>>
Il concorso si rivolge quindi a tutte le figure creative ed agli esperti di discipline legali con una particolare predilezione per il diritto d’autore, invitandoli a creare e ad inviarci le loro opere sul tema “Freedom to Remix “.

>>HOW-TO<<
Quattro le categorie in gara:

– video-arte <http://www.romaeuropa.org/videoart.html> (100cuts)
– musica elettronica <http://www.romaeuropa.org/music.html>(100samples   )
– letteratura <http://www.romaeuropa.org/words.html>(100quotes)
– LawArt <http://www.romaeuropa.org/law.html>, una disciplina creativa tutta nuova dedicata agli esperti e agli amatori del diritto, le cui opere saranno costituite dal remix e dalla produzione di testi legali per le regolamentazione della proprietà intellettuale

Le opere saranno oggetto di studio, di pubblica discussione, verranno raccolte in un catalogo comprensivo di testi critici e giuridici, e saranno sostenute dall’apparato di comunicazione del RomaeuropaFAKEFactory. Su ArtsBlog.it <http://artsblog.it/>, inoltre, il pubblico potrà votare la sua opera preferita nelle 4 sezioni, stabilendo l’autore del remix più bello (Premio del Pubblico).

RomaEuropaFAKEFactory confluirà inoltre in un happening durante il quale sarà organizzata l’esposizione pubblica di tutti i contenuti generati.

RomaeuropaFAKEFactory è un’iniziativa ideata da

[A]rtis[O]pen[S]ource

con la promozione e il supporto di

Torino Share Festival – DegradArte – Istituto per le Politiche
dell’Innovazione – BeatPick, ComputerLaw 2.0 – LPM, Flyer Communication –
PerformngMedia – FLxER – ShockArt.net – NeRVi – Digicult – Associazione
Partito Pirata – Nephogram.net – Les Liens Invisible – A.H.A. – Francesco
“Warbear” Macarone Palmieri – Superfluo – Deliriouniversale – My Jemma Temp
– ArtsBlog.it – CodiceBinario …

Intervistando la crisi con Simona Lodi

Intervistando la crisi con Simona Lodi

Intervista pubblicata su ArtsBlog.it.


6 gennaio. Eccoci arrivati alla terza tappa del nostro viaggio nella crisi economica internazionale e, come sappiamo, la realtà non è mai un percorso lineare: infatti l’intervista con Marc Garret verrà pubblicata l’8 gennaio. Ho ricevuto il testo ieri come concordato con Marc e lo dovevo pubblicare: il testo è lungo e impegnativo e lo sto traducendo in queste ore, sicura che comprenderete e che non sarà un problema.

Ma parliamo di Simona Lodi e della sua intervista. Simona è l’art director del Piemonte Share Festival, uno dei maggiori eventi italiani dedicati alla new media art, che ha ormai assunto risonanza e riconoscimento a livello internazionale. La scelta di passare da New York a Londra fino a Torino non è casuale. Torino, cuore dell’Italia industriale, è una città in profonda trasformazione: sede dei Giochi Olimpici, capitale del design, un’attenzione sempre maggiore al mondo delle nuove tecnologie e della comunicazione, è in questo contesto che lo Share trova il tessuto per nascere e svilupparsi. Un festival che per l’edizione 2009 sceglie di confrontarsi con un tema del tutto particolare: “Market Forces“, che la dice lunga sulle motivazioni che ci hanno spinto ad un confronto intellettuale ed estetico sull’attuale crisi economica.

Simona, con profondità, competenza, passione racconta come è nata l’iniziativa – dalla prima edizione del 2005, fino al lancio dello Share Prize e di Action Sharing, due caratteristiche che rendono il festival un’esperienza unica e del tutto particolare, che scoprirete leggendo l’intervista – e come lo scenario della Torino dei Giochi Olimpici si sia profondamente modificato: all’orizzonte, tagli del 50-60% per le iniziative culturali programmate, maestose strutture (teatri, musei, palasport) che rimarranno deserte perché non ci sono i fondi per gli spettacoli, un imbarazzante vuoto istituzionale alle domande degli operatori culturali che chiedono di conoscere i criteri di decurtamento e la logica di ristrutturazione dell’intervento pubblico per far fronte alla crisi…

Ma Simona Lodi è anche la testimonianza di un atteggiamento profondamente contemporaneo da parte di chi affronta e gestisce le sfide e i nuovi processi dell’arte e della complessità: la capacità di farsi contaminare e di cambiare con il contesto. Lo Share, come lei stessa afferma, è sempre cambiato in base alle suggestioni e all’apporto degli artisti che vi hanno partecipato e che lo hanno smontato e rimontato, facendogli assumere forme spesso molto diverse rispetto alla pianificazione originale. Ed è a lei che abbiamo rivolto una domanda paradigmatica che avrebbe concluso idealmente la trilogia di interviste: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

Buona lettura e buon 2009, quando le vacanze volgono ormai al termine.

– Simona Lodi, art director del Piemonte Share Festival, un evento dedicato alla new mwdia art di risonanza ormai internazionale: presentazioni con i lettori di Artsblog.

Share Festival nasce come sequel di una mostra di net art curata da me nel 2002 ai Murazzi del Po di Torino. L’allestimento della mostra era molto semplice, c’era qualche computer collegato alla rete e un flyer con un mio testo critico di accompagnamento. Tuttavia erano coinvolti lavori di artisti, come gli Epidemic e gli 0101.org, che sono poi diventati classici del genere e vere star.

Come curatrice di mostre di arte contemporanea con un interesse spiccato per la tecnologia, proprio quella mostra mi aveva fatto toccare con mano che la semplice vetrina di un ambiente espositivo era un limite per la net.art. La pervasività del digitale e di internet richiedeva un contenitore ben più articolato, per dare spazio al cambiamento in atto non solo per le arti visive, ma per le immagini in movimento, il cinema, il teatro, la musica, la letteratura.

Per abbracciarne la portata globale era necessario pensare un evento che fosse multidisciplinare e modulato su un insieme di eventi coordinati e di spazi adeguati. Insieme a Chiara Garibaldi ho sviluppato il progetto di Share Festival.

Le premesse c’erano tutte, ma l’evento ha visto la prima edizione solo nel 2005. I due anni di incubazione sono serviti per passare dall’idea ad un progetto: sviluppare i contenuti, studiarne la fattibilità nell’ambiente di Torino, coinvolgere gli enti pubblici a credere nell’evento.

Ovviamente il tutto non è accaduto in modo così lineare, ma come spesso succede dopo a un tentativo andato a buon fine seguivano momenti di morti e nodi problematici, che sembravano non risolversi mai. Lo sviluppo dei contenuti cambiava in continuazione e spesso in maniera autonoma rispetto alle nostre pianificazioni.

Eravamo guidate dagli ambienti creativi e dagli artisti con cui entravamo in contatto. Smontavamo nel senso hacker del termine tutto il progetto per poi rimontarlo da capo. Quando cambiavano i contenuti cambiavano le location e il budget, ma il concetto di base era quello di voler unire momenti di approfondimento teorici a momenti ricreativi.

Il festival oggi è conosciuto in tutto il mondo per qualità di proposte e coerenza curatoriale. Dal 2007 abbiamo attivato il premio Share Prize con lo scopo di scoprire, promuovere e sostenere le arti digitali, basato sulla selezione di un concorso a cui partecipano più di 400 artisti da tutto il mondo.


– Il ToShare è un evento internazionale che ha consolidato si è consolidato negli ultimi cinque anni. A partire dalla tua esperienza, la crisi finanziaria inizia a farsi sentire? Quali i sintomi e le ripercussioni più evidenti?

Sì, come dicevo prima siamo un evento consolidato, ma di questi tempi non si può mai dire cosa riserverà il futuro. La crisi anche dalla nostra prospettiva sembra lunga e particolarmente faticosa. Siamo un evento non mainstream, ma oggi abbiamo un affluenza di pubblico che è 5 volte quella del primo anno (10.000 persone in 5 giorni).

I segnali della recessione sono ovunque. È saltata la funzione stessa degli stati, che non sono più in grado di garantire una protezione ai propri cittadini perché non sanno di difenderli da una crisi che parte lontano, in altri paesi, e si ripercuote sui singoli indiscriminatamente. Questo scenario contemporaneo non dà scampo.

Il settore della cultura è quello più sacrificato anche questa volta. Le scelte dei tagli rievocano, come affermava un giornalista di Repubblica qualche giorno fa (Salvatore Tropea), “roghi di libri e altri inquietanti riti sull’altare di una crisi economica che come un dio cattivo esige sempre il sacrificio pagano della cultura”.

Oggi stanno fallendo tutte le politiche di sostegno e gli investimenti fatti alla cultura. Tra queste politiche che oggi volgono al fallimento in Italia, paese che investe l’80% delle risorse destinate alla cultura nel mantenimento del suo immenso patrimonio artistico e architettonico, senza saperlo sfruttare economicamente, emergono quelle legate al marketing territoriale, per intenderci quelle legate alla riqualificazione delle città in declino post-industriale.

Esempio su tutte, la città della Fiat: Torino ha brillato per la propria rinascita, investendo in un look nuovo e nella cultura, nello sport, ma soprattutto nell’arte contemporanea miliardi di euro. Ha brillato fino al punto in cui quello che ieri era una risorsa oggi si è traformato solo in un costo. Come è potuto accadere?

Dai dati ufficiali riportati dall’Unione industriale di Torino si è calcolato che, nelle Olimpiadi invernali, sono stati investiti complessivamente 16,5 miliardi di euro, 11 miliardi dei quali per la realizzazione di grandi opere. Le stime previsionali di tali investimenti avrebbero dovuto fruttare una crescita del valore aggiunto pari a 17,4 miliardi di euro e un incremento occupazionale di 57.000 unità.

Oggi edifici come il Pala Isozaki, l’Oval e il Palavela sono chiusi per la maggior parte dell’anno e per gli impianti in montagna l’oblio sportivo è stato tombale.

E per la cultura? Torino potrà sostenere la fase post-olimpica?

Gli investimenti nel 2008 sono stati di 44 milioni euro da parte della Regione Piemonte e 49 milioni euro da parte del Comune per 4,4 milioni di abitanti in Piemonte e per 2,2 milioni abitanti per l’area metropolitana. Distribuiti (arrotondando sulle cifre) circa così 13.518.000 al cinema, 29.508.000 al teatro e alla lirica, 10.482.000 alla musica, 22.000.000 ai musei e alle mostre, 11.000.000 a eventi, convegni, seminari, e attività culturali vari. Investimenti molto maggiori in proporzione a quelli riportati da Helen Thorington che ha citato i dati che the Guardian riportava sull’Arts Council England che nel 2007 finanziava 417 milioni di pound (855 milioni di dollari) per una popolazione di 61 milioni

Questi investimenti nei Musei e nelle Fondazioni d’arte contemporanea, in fiere come Artissima, gli eventi di Torino World Design Capital, la Fiera del Libro, la Triennale d’arte contemporanea, il Cineporto e il recente Museo d’Arte Orientale (che appena aperto dovrà già chiudere alcuni giorni della settimana perché non ci sono soldi per la guardiania) benché abbiano incoronato Torino come vittoriosa nella sfida al rinnovamento, raggiungendo lo scopo di affrancare la città dalla sua caratterizzazione di centro industriale metalmeccanico per fondarne lo sviluppo economico su basi più pluralistiche, siano stati ingenti, non si sono radicati in profondità nel tessuto economico locale. E oggi rischiano di saltare per sempre.

Ci si domanda quale sia il futuro di questa città oltre la recessione, quale il futuro della cultura. Lo scorso 13 dicembre Giovanni Oliva, l’assessore alla cultura della Regione Piemonte ha convocato gli stati generali per progettare oltre la crisi. Le associazioni culturali hanno partecipato in massa a questo incontro. Ci si aspettava una risposta, una possibilità di progettare davvero insieme.

Ma già dall’atmosfera surreale che aleggiava, perché nessuno ha fatto domande dirette o chiesto spiegazioni sulla responsabilità politica delle scelte sbagliate, degli sprechi e delle occasioni perse, si poteva percepire un nulla di fatto. Nessuno è risultato essere responsabile. Come uno tsunami pare che la crisi abbia colto gli amministratori in modo imprevedibile. Fino ad un mese fa l’unico fatto che sembrava fondamentale per la politica culturale locale era sapere se il regista Nanni Moretti sarebbe rimasto un altro anno a dirigere il Torino Film Festival. Poi il vuoto.

Durante la discussione degli stati generali, è stato chiaro che le associazioni e tutto il sistema cultura si vedranno decurtare il contributo per le loro attività del 50-60% in 2009. Gli investimenti delle fondazioni bancarie saranno indirizzate solo alle infrastrutture e al restauro di edifici. A parte Sergio Ariotti, giornalista RAI e direttore del Festival delle Colline (teatro contemporaneo), nessuno ha obbiettato.

Qualcun altro presente alla convocazione ha sollevato una domanda su i criteri di scelta per attuare questi tagli, quali parametri decisionali saranno determinanti, cosa muoverà le scelte. Riformare e ri-progettare è più impegnativo che percorrere la scorciatoia dei tagli economici.

Ma le risposte sono cadute in un vuoto imbarazzante. Un vuoto che è il vuoto dei musei perché se non si investirà nelle mostre e negli eventi, negli spettacoli e nei convegni, negli attori e negli artisti, nei curatori e nei registi, gli edifici rimarranno vuoti. L’assessorato alla cultura della Città di Torino ha già deciso di destinare i pochi soldi rimasti a salvaguardare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato dei musei. Però se così sarà, i custodi custodiranno solo le pareti vuote dei musei e dei teatri, senza opere, senza progetti, senza spettacoli e ovviamente senza pubblico.

La mancanza di un metodo univoco di valutazione del successo o del fallimento delle proposte, mostre, eventi, spettacoli, concerti e spazi culturali è un problema sempre più grosso e va risolto immediatamente. Molti eventi del 2008 sono stati un flop clamoroso, come il premio Compasso d’oro ospitato nella Reggia di Venaria (solo 25 mila persone), la mostra Flexibility nelle ex-carceri Le Nuove (15 mila) o la Triennale d’arte contemporanea costata 2 milioni euro che non ha attratto nessun gotha internazionale delle arti visive. Per non parlare dell’Arena Rock, la struttura pensata per ospitare grandi concerti, è una vera cattedrale nel deserto; aperta da marzo 2008 non è mai stata utilizzata oggi è senza un futuro preciso.

Costata 5 milioni di euro è a detta degli addetti ai lavori come gli organizzatori del festival musicale Traffic, che non sono stati consultati per il progetto, la peggiore struttura esistente, inadatta e con gravi limiti sia per concerti di 60 mila persona che di 15-20 mila.

– Parliamo di Action Sharing e dell’Orchestra Meccanica Marinetti: mentre il 2008 è l’anno della crisi, il ToShare decide di orientarsi verso la produzione. Un dato interessante, quasi in controtendenza nello scenario attuale.

Non abbiamo deciso di dedicarci anche alle produzioni come risposta alla recessione, anzi, ci auguriamo che la recessione non rallenti un progetto come Orchestra Meccanica Marinetti (OMM).

Share Festival ha l’intento di dare espressione a una scena emergente e di promuovere le suggestioni che le nuove tecnologie hanno portato alla riflessione artistica.

Dai momenti di approfondimento è sbocciata l’esigenza di produrre e di far crescere, sul territorio competenze e professionalità. Lavorando con gli artisti digitali, abituati a operare in un ambiente altamente tecnologico, è emerso un nuovo interesse: quello della metodologia di ricerca. Io e Chiara Garibaldi ci siamo accorte che il percorso di ricerca degli artisti multimediali, per arrivare a realizzare le loro opere, è molto diverso, anche sovversivo, rispetto ai metodi tradizionali della ricerca accademica e industriale, ma anche è ricco di interessanti sviluppi legati all’innovazione tecnologica.

Allo stesso tempo molti artisti digitali non rifiutano affatto lo studio della tecnologia, spesso invece ne sono padroni, attraverso l’hacking o il reverse engineering.

Molti di loro non solo usano la tecnologia esistente, ma creano quella a loro necessaria. Tutto questo è ancora più significativo perché collocato in una città come Torino, una città che in questi anni ha cambiato volto, crescendo in modo parallelo ma altrettanto esplosivo su due fronti: quello dell’arte contemporanea e quello dell’industria ICT.

Per questo motivo, noi abbiamo scelto di lanciare il progetto Action Sharing: una piattaforma che ha lo scopo di favorire la ricerca sincretica. Non più il contrapporsi del campo scientifico tecnologico e di quello umanistico, ma una loro collaborazione, allo scopo di trovare soluzioni pratiche e specifiche utilizzando assieme al metodo scientifico il metodo di ricerca dell’arte.

Gli artisti normalmente sono sui palchi, nei musei o nelle gallerie d’arte. Action Sharing li pone nei centri di ricerca delle aziende e dell’università fianco a fianco degli ingegneri e degli informatici per costruire un percorso innovativo del tutto diverso dai percorsi tradizionali.

L’obiettivo è di realizzare opere collettive in cui le tecnologie digitali siano utilizzate in due direzioni: come linguaggio di espressione creativa, ma anche come stimolo per le aziende e per la ricerca a trovare soluzioni nuove e rivendibili, dove le tecnologie che ne derivano sono un readymade sul mercato vero e proprio.

Da non dimenticare inoltre come la creazione di una community creativa estesa, “shared” appunto, composta dai vari attori possa diventare un valore a lungo termine in sé per il territorio stesso.

Per questo la Camera di commercio di Torino ha accolto la nostra proposta, diventando finanziatore del progetto e insieme è stata fatta una selezione da una rosa di progetti di artisti, tra cui è stato scelto il progetto pilota dell’iniziativa: l’Orchestra Meccanica Marinetti, dell’artista Angelo Comino a.k.a. Motor.

Motor è stato scelto principalmente per tre motivi: in quanto uno dei principali rappresenti della scena artistica locale, per la sua esperienza ventennale nell’ambito degli spettacoli multimediali e per la sua grande competenza tecnica, fondamentale per portare a termine un progetto di questa complessità.

L’opera infatti consiste in uno spettacolo multimediale, in cui un’orchestra formata da robot percussionisti che suonano su bidoni industriali, e da cori digitali, guidati da un performer umano cablato: una sorta di Tambours du Bronx in stile cyborg!

– Ma c’è anche di più: il tema dell’edizione 2009 dello Share, che avrà luogo a Torino a fine marzo, è “Market Forces”. Qual’è l’intuizione di fondo e quale il percorso che vi ha portato a fare queste scelte?

Abbiamo chiesto al nostro guest curator Andy Cameron di affrontare il tema della complessità nel prossimo Share Festival (dal 24/29 marzo 2009).

Secondo Andy la chiave per discutere la complessità e il concetto di market. Il market è una macchina per affrontare la complessità del futuro e l’imprevedibilità del sistema. Il futuro non si può più immaginare in modo lineare, perché ogni cosa è in rapporto alle altre attraverso un sistema di relazioni complesse, un ecosistema.

Perciò l’imprevisto gioca un ruolo determinante, ma la teoria della complessità non dà soluzioni pratiche, è necessaria una visione del futuro che sia credibile e applicabile. Quindi cosa fare? Intorno a questa domanda saranno chiamati a dialogare i conferenzieri invitati a Share 2009.

Anche Share Prize presenterà opere che riguardano la varietà di collegamenti tra elementi all’interno di sistemi complessi. Opere diverse fra loro ma accomunate dalla capacità di analizzare le problematiche riferite al caos e al valore, al significato e alla casualità, alla politica e all’economia. Astrazioni instabili che hanno effetti concreti e importanti sulla nostra quotidianità.

Al Museo delle Scienze, che ospiterà Share Festival 2009, si potrà interagire con le opere finaliste di Share Prize creando immagini con il fiato umano attraverso una densa polvere [Ernesto Klar – Convergenze Parallele]; mentre una rete neurale realizzata con legno e corde simulerà il processo del pensiero, anche se non avrà ancora nulla da dire [Ralf Baecker – Rechnender Raum]. Poi una scultura cinetica modellerà il caos attraverso palline di acciaio volanti [Andreas Muxel – Connect] e un oggetto costituito da una ventola farà galleggiare pezzi di carta nell’aria e genererà musica con l’azione delle mani [Francesco Meneghini-William Bottin – Sciame 1], mentre un esercito di specchi seguirà il pubblico a suo piacimento [Random International / Chris O’Shea Audience]. Infine una classica opera di net.art crescerà creando interessanti pattern unici [Lia Proximity of needs].

– Quali sono le prospettive che immagini per il ToShare nei prossimi mesi? Quali le strategie e gli strumenti per affrontare la crisi?

La crisi è un momento che mette in luce molti aspetti del nostro lavoro perché richiede una risposta attiva. Ma credo che nessuno sia mai abbastanza pronto per affrontare una crisi di questa portata. Tuttavia noi siamo sempre attentissimi ai cambiamenti generali e le sfide non ci spaventano.

Stiamo studiando varie soluzioni soprattutto legate al network di eventi e alla condivisione di progetti con altre realtà. La rete permette azioni che prima erano logisticamente impensabili e quindi ri-disegna dal basso strategie funzionali al network stesso, perciò aperto e orizzontale e come dice Ned Rossiter organizzato.

Cerchiamo anche di coinvolgere più i privati, ma vedo positivamente un possibile sviluppo nel mecenatismo solo attraverso modi nuovi di assumere la cultura, alternativi all’ “investi e rivendi” di molti collezionisti e di molte aziende.

– L’arte si sposta costantemente ed esplicitamente sempre di più verso i suoi aspetti processuali: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

La tua domanda sembra un gioco di parole o una magia che ha il potere di trasformare ogni cosa in arte. Questa era la missione artistica delle avanguardie che volevano trasformare il mondo in un’opera d’arte (futurismo ma anche Bauhaus e De Stijl). Ma l’arte, che è finita con Duchamp, non è scomparsa. Piuttosto è vero il contrario.

Il business ha il potere di trasformare le attività umane più disparate in altro business. E abbiamo già visto trasformare l’arte in business. Il business è un processo e l’arte ha sempre di più una connotazione processuale aperta piuttosto che essere formalmente conclusa.

Nonostante lo scopo degli artisti contemporanei sia spesso e, fin dalle avanguardie artistiche, trasformare il tutto in arte, l’arte non è in ogni cosa e non è in ogni processo. Una visione panteistica dell’arte, per quanto simpatica, mancherebbe di una componente creativo/artistica, che dovrebbe invece caratterizzarla.

La questione non è che cosa sia arte, ma che cosa non sia arte.

Tuttavia dice Andy Warhol -nelle celebre “Filosofia di Andy Warhol” (1975): “La business art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Dopo aver fatto la cosa chiamata “arte” o comunque la si voglia chiamare, mi sono dedicato alla business art. Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più interessante…Fare soldi è un’arte, lavorare è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte“.

Perciò è agli artisti che va fatta questa domanda. Chissà cosa salta fuori.

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