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Intervistando la crisi con Simona Lodi

Intervistando la crisi con Simona Lodi

Intervista pubblicata su ArtsBlog.it.


6 gennaio. Eccoci arrivati alla terza tappa del nostro viaggio nella crisi economica internazionale e, come sappiamo, la realtà non è mai un percorso lineare: infatti l’intervista con Marc Garret verrà pubblicata l’8 gennaio. Ho ricevuto il testo ieri come concordato con Marc e lo dovevo pubblicare: il testo è lungo e impegnativo e lo sto traducendo in queste ore, sicura che comprenderete e che non sarà un problema.

Ma parliamo di Simona Lodi e della sua intervista. Simona è l’art director del Piemonte Share Festival, uno dei maggiori eventi italiani dedicati alla new media art, che ha ormai assunto risonanza e riconoscimento a livello internazionale. La scelta di passare da New York a Londra fino a Torino non è casuale. Torino, cuore dell’Italia industriale, è una città in profonda trasformazione: sede dei Giochi Olimpici, capitale del design, un’attenzione sempre maggiore al mondo delle nuove tecnologie e della comunicazione, è in questo contesto che lo Share trova il tessuto per nascere e svilupparsi. Un festival che per l’edizione 2009 sceglie di confrontarsi con un tema del tutto particolare: “Market Forces“, che la dice lunga sulle motivazioni che ci hanno spinto ad un confronto intellettuale ed estetico sull’attuale crisi economica.

Simona, con profondità, competenza, passione racconta come è nata l’iniziativa – dalla prima edizione del 2005, fino al lancio dello Share Prize e di Action Sharing, due caratteristiche che rendono il festival un’esperienza unica e del tutto particolare, che scoprirete leggendo l’intervista – e come lo scenario della Torino dei Giochi Olimpici si sia profondamente modificato: all’orizzonte, tagli del 50-60% per le iniziative culturali programmate, maestose strutture (teatri, musei, palasport) che rimarranno deserte perché non ci sono i fondi per gli spettacoli, un imbarazzante vuoto istituzionale alle domande degli operatori culturali che chiedono di conoscere i criteri di decurtamento e la logica di ristrutturazione dell’intervento pubblico per far fronte alla crisi…

Ma Simona Lodi è anche la testimonianza di un atteggiamento profondamente contemporaneo da parte di chi affronta e gestisce le sfide e i nuovi processi dell’arte e della complessità: la capacità di farsi contaminare e di cambiare con il contesto. Lo Share, come lei stessa afferma, è sempre cambiato in base alle suggestioni e all’apporto degli artisti che vi hanno partecipato e che lo hanno smontato e rimontato, facendogli assumere forme spesso molto diverse rispetto alla pianificazione originale. Ed è a lei che abbiamo rivolto una domanda paradigmatica che avrebbe concluso idealmente la trilogia di interviste: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

Buona lettura e buon 2009, quando le vacanze volgono ormai al termine.

– Simona Lodi, art director del Piemonte Share Festival, un evento dedicato alla new mwdia art di risonanza ormai internazionale: presentazioni con i lettori di Artsblog.

Share Festival nasce come sequel di una mostra di net art curata da me nel 2002 ai Murazzi del Po di Torino. L’allestimento della mostra era molto semplice, c’era qualche computer collegato alla rete e un flyer con un mio testo critico di accompagnamento. Tuttavia erano coinvolti lavori di artisti, come gli Epidemic e gli 0101.org, che sono poi diventati classici del genere e vere star.

Come curatrice di mostre di arte contemporanea con un interesse spiccato per la tecnologia, proprio quella mostra mi aveva fatto toccare con mano che la semplice vetrina di un ambiente espositivo era un limite per la net.art. La pervasività del digitale e di internet richiedeva un contenitore ben più articolato, per dare spazio al cambiamento in atto non solo per le arti visive, ma per le immagini in movimento, il cinema, il teatro, la musica, la letteratura.

Per abbracciarne la portata globale era necessario pensare un evento che fosse multidisciplinare e modulato su un insieme di eventi coordinati e di spazi adeguati. Insieme a Chiara Garibaldi ho sviluppato il progetto di Share Festival.

Le premesse c’erano tutte, ma l’evento ha visto la prima edizione solo nel 2005. I due anni di incubazione sono serviti per passare dall’idea ad un progetto: sviluppare i contenuti, studiarne la fattibilità nell’ambiente di Torino, coinvolgere gli enti pubblici a credere nell’evento.

Ovviamente il tutto non è accaduto in modo così lineare, ma come spesso succede dopo a un tentativo andato a buon fine seguivano momenti di morti e nodi problematici, che sembravano non risolversi mai. Lo sviluppo dei contenuti cambiava in continuazione e spesso in maniera autonoma rispetto alle nostre pianificazioni.

Eravamo guidate dagli ambienti creativi e dagli artisti con cui entravamo in contatto. Smontavamo nel senso hacker del termine tutto il progetto per poi rimontarlo da capo. Quando cambiavano i contenuti cambiavano le location e il budget, ma il concetto di base era quello di voler unire momenti di approfondimento teorici a momenti ricreativi.

Il festival oggi è conosciuto in tutto il mondo per qualità di proposte e coerenza curatoriale. Dal 2007 abbiamo attivato il premio Share Prize con lo scopo di scoprire, promuovere e sostenere le arti digitali, basato sulla selezione di un concorso a cui partecipano più di 400 artisti da tutto il mondo.


– Il ToShare è un evento internazionale che ha consolidato si è consolidato negli ultimi cinque anni. A partire dalla tua esperienza, la crisi finanziaria inizia a farsi sentire? Quali i sintomi e le ripercussioni più evidenti?

Sì, come dicevo prima siamo un evento consolidato, ma di questi tempi non si può mai dire cosa riserverà il futuro. La crisi anche dalla nostra prospettiva sembra lunga e particolarmente faticosa. Siamo un evento non mainstream, ma oggi abbiamo un affluenza di pubblico che è 5 volte quella del primo anno (10.000 persone in 5 giorni).

I segnali della recessione sono ovunque. È saltata la funzione stessa degli stati, che non sono più in grado di garantire una protezione ai propri cittadini perché non sanno di difenderli da una crisi che parte lontano, in altri paesi, e si ripercuote sui singoli indiscriminatamente. Questo scenario contemporaneo non dà scampo.

Il settore della cultura è quello più sacrificato anche questa volta. Le scelte dei tagli rievocano, come affermava un giornalista di Repubblica qualche giorno fa (Salvatore Tropea), “roghi di libri e altri inquietanti riti sull’altare di una crisi economica che come un dio cattivo esige sempre il sacrificio pagano della cultura”.

Oggi stanno fallendo tutte le politiche di sostegno e gli investimenti fatti alla cultura. Tra queste politiche che oggi volgono al fallimento in Italia, paese che investe l’80% delle risorse destinate alla cultura nel mantenimento del suo immenso patrimonio artistico e architettonico, senza saperlo sfruttare economicamente, emergono quelle legate al marketing territoriale, per intenderci quelle legate alla riqualificazione delle città in declino post-industriale.

Esempio su tutte, la città della Fiat: Torino ha brillato per la propria rinascita, investendo in un look nuovo e nella cultura, nello sport, ma soprattutto nell’arte contemporanea miliardi di euro. Ha brillato fino al punto in cui quello che ieri era una risorsa oggi si è traformato solo in un costo. Come è potuto accadere?

Dai dati ufficiali riportati dall’Unione industriale di Torino si è calcolato che, nelle Olimpiadi invernali, sono stati investiti complessivamente 16,5 miliardi di euro, 11 miliardi dei quali per la realizzazione di grandi opere. Le stime previsionali di tali investimenti avrebbero dovuto fruttare una crescita del valore aggiunto pari a 17,4 miliardi di euro e un incremento occupazionale di 57.000 unità.

Oggi edifici come il Pala Isozaki, l’Oval e il Palavela sono chiusi per la maggior parte dell’anno e per gli impianti in montagna l’oblio sportivo è stato tombale.

E per la cultura? Torino potrà sostenere la fase post-olimpica?

Gli investimenti nel 2008 sono stati di 44 milioni euro da parte della Regione Piemonte e 49 milioni euro da parte del Comune per 4,4 milioni di abitanti in Piemonte e per 2,2 milioni abitanti per l’area metropolitana. Distribuiti (arrotondando sulle cifre) circa così 13.518.000 al cinema, 29.508.000 al teatro e alla lirica, 10.482.000 alla musica, 22.000.000 ai musei e alle mostre, 11.000.000 a eventi, convegni, seminari, e attività culturali vari. Investimenti molto maggiori in proporzione a quelli riportati da Helen Thorington che ha citato i dati che the Guardian riportava sull’Arts Council England che nel 2007 finanziava 417 milioni di pound (855 milioni di dollari) per una popolazione di 61 milioni

Questi investimenti nei Musei e nelle Fondazioni d’arte contemporanea, in fiere come Artissima, gli eventi di Torino World Design Capital, la Fiera del Libro, la Triennale d’arte contemporanea, il Cineporto e il recente Museo d’Arte Orientale (che appena aperto dovrà già chiudere alcuni giorni della settimana perché non ci sono soldi per la guardiania) benché abbiano incoronato Torino come vittoriosa nella sfida al rinnovamento, raggiungendo lo scopo di affrancare la città dalla sua caratterizzazione di centro industriale metalmeccanico per fondarne lo sviluppo economico su basi più pluralistiche, siano stati ingenti, non si sono radicati in profondità nel tessuto economico locale. E oggi rischiano di saltare per sempre.

Ci si domanda quale sia il futuro di questa città oltre la recessione, quale il futuro della cultura. Lo scorso 13 dicembre Giovanni Oliva, l’assessore alla cultura della Regione Piemonte ha convocato gli stati generali per progettare oltre la crisi. Le associazioni culturali hanno partecipato in massa a questo incontro. Ci si aspettava una risposta, una possibilità di progettare davvero insieme.

Ma già dall’atmosfera surreale che aleggiava, perché nessuno ha fatto domande dirette o chiesto spiegazioni sulla responsabilità politica delle scelte sbagliate, degli sprechi e delle occasioni perse, si poteva percepire un nulla di fatto. Nessuno è risultato essere responsabile. Come uno tsunami pare che la crisi abbia colto gli amministratori in modo imprevedibile. Fino ad un mese fa l’unico fatto che sembrava fondamentale per la politica culturale locale era sapere se il regista Nanni Moretti sarebbe rimasto un altro anno a dirigere il Torino Film Festival. Poi il vuoto.

Durante la discussione degli stati generali, è stato chiaro che le associazioni e tutto il sistema cultura si vedranno decurtare il contributo per le loro attività del 50-60% in 2009. Gli investimenti delle fondazioni bancarie saranno indirizzate solo alle infrastrutture e al restauro di edifici. A parte Sergio Ariotti, giornalista RAI e direttore del Festival delle Colline (teatro contemporaneo), nessuno ha obbiettato.

Qualcun altro presente alla convocazione ha sollevato una domanda su i criteri di scelta per attuare questi tagli, quali parametri decisionali saranno determinanti, cosa muoverà le scelte. Riformare e ri-progettare è più impegnativo che percorrere la scorciatoia dei tagli economici.

Ma le risposte sono cadute in un vuoto imbarazzante. Un vuoto che è il vuoto dei musei perché se non si investirà nelle mostre e negli eventi, negli spettacoli e nei convegni, negli attori e negli artisti, nei curatori e nei registi, gli edifici rimarranno vuoti. L’assessorato alla cultura della Città di Torino ha già deciso di destinare i pochi soldi rimasti a salvaguardare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato dei musei. Però se così sarà, i custodi custodiranno solo le pareti vuote dei musei e dei teatri, senza opere, senza progetti, senza spettacoli e ovviamente senza pubblico.

La mancanza di un metodo univoco di valutazione del successo o del fallimento delle proposte, mostre, eventi, spettacoli, concerti e spazi culturali è un problema sempre più grosso e va risolto immediatamente. Molti eventi del 2008 sono stati un flop clamoroso, come il premio Compasso d’oro ospitato nella Reggia di Venaria (solo 25 mila persone), la mostra Flexibility nelle ex-carceri Le Nuove (15 mila) o la Triennale d’arte contemporanea costata 2 milioni euro che non ha attratto nessun gotha internazionale delle arti visive. Per non parlare dell’Arena Rock, la struttura pensata per ospitare grandi concerti, è una vera cattedrale nel deserto; aperta da marzo 2008 non è mai stata utilizzata oggi è senza un futuro preciso.

Costata 5 milioni di euro è a detta degli addetti ai lavori come gli organizzatori del festival musicale Traffic, che non sono stati consultati per il progetto, la peggiore struttura esistente, inadatta e con gravi limiti sia per concerti di 60 mila persona che di 15-20 mila.

– Parliamo di Action Sharing e dell’Orchestra Meccanica Marinetti: mentre il 2008 è l’anno della crisi, il ToShare decide di orientarsi verso la produzione. Un dato interessante, quasi in controtendenza nello scenario attuale.

Non abbiamo deciso di dedicarci anche alle produzioni come risposta alla recessione, anzi, ci auguriamo che la recessione non rallenti un progetto come Orchestra Meccanica Marinetti (OMM).

Share Festival ha l’intento di dare espressione a una scena emergente e di promuovere le suggestioni che le nuove tecnologie hanno portato alla riflessione artistica.

Dai momenti di approfondimento è sbocciata l’esigenza di produrre e di far crescere, sul territorio competenze e professionalità. Lavorando con gli artisti digitali, abituati a operare in un ambiente altamente tecnologico, è emerso un nuovo interesse: quello della metodologia di ricerca. Io e Chiara Garibaldi ci siamo accorte che il percorso di ricerca degli artisti multimediali, per arrivare a realizzare le loro opere, è molto diverso, anche sovversivo, rispetto ai metodi tradizionali della ricerca accademica e industriale, ma anche è ricco di interessanti sviluppi legati all’innovazione tecnologica.

Allo stesso tempo molti artisti digitali non rifiutano affatto lo studio della tecnologia, spesso invece ne sono padroni, attraverso l’hacking o il reverse engineering.

Molti di loro non solo usano la tecnologia esistente, ma creano quella a loro necessaria. Tutto questo è ancora più significativo perché collocato in una città come Torino, una città che in questi anni ha cambiato volto, crescendo in modo parallelo ma altrettanto esplosivo su due fronti: quello dell’arte contemporanea e quello dell’industria ICT.

Per questo motivo, noi abbiamo scelto di lanciare il progetto Action Sharing: una piattaforma che ha lo scopo di favorire la ricerca sincretica. Non più il contrapporsi del campo scientifico tecnologico e di quello umanistico, ma una loro collaborazione, allo scopo di trovare soluzioni pratiche e specifiche utilizzando assieme al metodo scientifico il metodo di ricerca dell’arte.

Gli artisti normalmente sono sui palchi, nei musei o nelle gallerie d’arte. Action Sharing li pone nei centri di ricerca delle aziende e dell’università fianco a fianco degli ingegneri e degli informatici per costruire un percorso innovativo del tutto diverso dai percorsi tradizionali.

L’obiettivo è di realizzare opere collettive in cui le tecnologie digitali siano utilizzate in due direzioni: come linguaggio di espressione creativa, ma anche come stimolo per le aziende e per la ricerca a trovare soluzioni nuove e rivendibili, dove le tecnologie che ne derivano sono un readymade sul mercato vero e proprio.

Da non dimenticare inoltre come la creazione di una community creativa estesa, “shared” appunto, composta dai vari attori possa diventare un valore a lungo termine in sé per il territorio stesso.

Per questo la Camera di commercio di Torino ha accolto la nostra proposta, diventando finanziatore del progetto e insieme è stata fatta una selezione da una rosa di progetti di artisti, tra cui è stato scelto il progetto pilota dell’iniziativa: l’Orchestra Meccanica Marinetti, dell’artista Angelo Comino a.k.a. Motor.

Motor è stato scelto principalmente per tre motivi: in quanto uno dei principali rappresenti della scena artistica locale, per la sua esperienza ventennale nell’ambito degli spettacoli multimediali e per la sua grande competenza tecnica, fondamentale per portare a termine un progetto di questa complessità.

L’opera infatti consiste in uno spettacolo multimediale, in cui un’orchestra formata da robot percussionisti che suonano su bidoni industriali, e da cori digitali, guidati da un performer umano cablato: una sorta di Tambours du Bronx in stile cyborg!

– Ma c’è anche di più: il tema dell’edizione 2009 dello Share, che avrà luogo a Torino a fine marzo, è “Market Forces”. Qual’è l’intuizione di fondo e quale il percorso che vi ha portato a fare queste scelte?

Abbiamo chiesto al nostro guest curator Andy Cameron di affrontare il tema della complessità nel prossimo Share Festival (dal 24/29 marzo 2009).

Secondo Andy la chiave per discutere la complessità e il concetto di market. Il market è una macchina per affrontare la complessità del futuro e l’imprevedibilità del sistema. Il futuro non si può più immaginare in modo lineare, perché ogni cosa è in rapporto alle altre attraverso un sistema di relazioni complesse, un ecosistema.

Perciò l’imprevisto gioca un ruolo determinante, ma la teoria della complessità non dà soluzioni pratiche, è necessaria una visione del futuro che sia credibile e applicabile. Quindi cosa fare? Intorno a questa domanda saranno chiamati a dialogare i conferenzieri invitati a Share 2009.

Anche Share Prize presenterà opere che riguardano la varietà di collegamenti tra elementi all’interno di sistemi complessi. Opere diverse fra loro ma accomunate dalla capacità di analizzare le problematiche riferite al caos e al valore, al significato e alla casualità, alla politica e all’economia. Astrazioni instabili che hanno effetti concreti e importanti sulla nostra quotidianità.

Al Museo delle Scienze, che ospiterà Share Festival 2009, si potrà interagire con le opere finaliste di Share Prize creando immagini con il fiato umano attraverso una densa polvere [Ernesto Klar – Convergenze Parallele]; mentre una rete neurale realizzata con legno e corde simulerà il processo del pensiero, anche se non avrà ancora nulla da dire [Ralf Baecker – Rechnender Raum]. Poi una scultura cinetica modellerà il caos attraverso palline di acciaio volanti [Andreas Muxel – Connect] e un oggetto costituito da una ventola farà galleggiare pezzi di carta nell’aria e genererà musica con l’azione delle mani [Francesco Meneghini-William Bottin – Sciame 1], mentre un esercito di specchi seguirà il pubblico a suo piacimento [Random International / Chris O’Shea Audience]. Infine una classica opera di net.art crescerà creando interessanti pattern unici [Lia Proximity of needs].

– Quali sono le prospettive che immagini per il ToShare nei prossimi mesi? Quali le strategie e gli strumenti per affrontare la crisi?

La crisi è un momento che mette in luce molti aspetti del nostro lavoro perché richiede una risposta attiva. Ma credo che nessuno sia mai abbastanza pronto per affrontare una crisi di questa portata. Tuttavia noi siamo sempre attentissimi ai cambiamenti generali e le sfide non ci spaventano.

Stiamo studiando varie soluzioni soprattutto legate al network di eventi e alla condivisione di progetti con altre realtà. La rete permette azioni che prima erano logisticamente impensabili e quindi ri-disegna dal basso strategie funzionali al network stesso, perciò aperto e orizzontale e come dice Ned Rossiter organizzato.

Cerchiamo anche di coinvolgere più i privati, ma vedo positivamente un possibile sviluppo nel mecenatismo solo attraverso modi nuovi di assumere la cultura, alternativi all’ “investi e rivendi” di molti collezionisti e di molte aziende.

– L’arte si sposta costantemente ed esplicitamente sempre di più verso i suoi aspetti processuali: un modello di business può essere considerato un’opera d’arte?

La tua domanda sembra un gioco di parole o una magia che ha il potere di trasformare ogni cosa in arte. Questa era la missione artistica delle avanguardie che volevano trasformare il mondo in un’opera d’arte (futurismo ma anche Bauhaus e De Stijl). Ma l’arte, che è finita con Duchamp, non è scomparsa. Piuttosto è vero il contrario.

Il business ha il potere di trasformare le attività umane più disparate in altro business. E abbiamo già visto trasformare l’arte in business. Il business è un processo e l’arte ha sempre di più una connotazione processuale aperta piuttosto che essere formalmente conclusa.

Nonostante lo scopo degli artisti contemporanei sia spesso e, fin dalle avanguardie artistiche, trasformare il tutto in arte, l’arte non è in ogni cosa e non è in ogni processo. Una visione panteistica dell’arte, per quanto simpatica, mancherebbe di una componente creativo/artistica, che dovrebbe invece caratterizzarla.

La questione non è che cosa sia arte, ma che cosa non sia arte.

Tuttavia dice Andy Warhol -nelle celebre “Filosofia di Andy Warhol” (1975): “La business art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista del business. Dopo aver fatto la cosa chiamata “arte” o comunque la si voglia chiamare, mi sono dedicato alla business art. Voglio essere un business man dell’arte o un artista del business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più interessante…Fare soldi è un’arte, lavorare è un’arte, fare buoni affari è la migliore forma d’arte“.

Perciò è agli artisti che va fatta questa domanda. Chissà cosa salta fuori.

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