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L’agente delle forze psichiche: intervista a Roy Ascott

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In maggio sono andata a vedere la prima retrospettiva dedicata al pioniere dell’arte cibernetica, curata in collaborazione con i-DAT (Institute for Digital Art and Technology, University of Plymouth), che si è chiusa da poco al Plymouth Arts Centre.
La mostra esplorava l’influenza e la retorica dell’opera di Roy Ascott, analizzando l’impatto, la storia e lo sviluppo della tecnologia e indagando sul futuro di Web2 and Second life. Roy Ascott vede l’arte telematica come la trasformazione dello spettatore in partecipante attivo nella creazione dell’opera d’arte, che rimane interattiva per tutta la sua durata.

Interessante notare che il contenuto dei suoi progetti è spesso spirituale: la prima consultazione planetaria dell’I Ching è stata inscenata in una delle prime forme della rete nel 1982, mentre la sua principale istallazione ad Ars Electronica nel 1989 indagava sulla teoria di Gaia.
In tutte le biografie e gli articoli che ho letto su di lui, Roy Ascott è giustamente definito come colui che ha “unito la scienza della cibernetica con elementi del dadaismo, del surrealismo, di Fluxus e della Pop Art.”
Esaminando il suo lavoro fin dagli inizi, Ascott è stato molto più di un pioniere, o di un artista. Ha creato un linguaggio artistico che non aveva nome prima di lui, l’arte telematica (una combinazione di computer e telecomunicazione, concepito come collaborazione interattiva con il web, molto prima dell’utilizzo artistico di Internet, vedi net.art, new media art, crowdsourcing art).
Pioniere, inventore, artista, ma soprattutto teorico – tutte queste definizioni si uniscono gettando le basi del suo mondo tecno-artistico.

Ascott ha operato nel tentativo di superare i limiti della struttura culturale/concettuale ed estetica, concentrandosi su attività teoriche che lo hanno reso creatore-artista di un mondo che per primo ha concepito e battezzato.

Ovviamente Roy Ascott non aveva bisogno di Internet o dell’e-mail per dare forma alle pianure, alle vette e ai mari della creatività digitale. Semplicemente ha acceso il computer e si è collegato al primo network – erano gli inizi degli anni 60 – quando ha dato vita a un linguaggio artistico che derivava da diverse attività.

A chi sarebbe venuto in mente? Erano cose da ingegneri o da militari infondo. Eppure per Ascott la rete è immediatamente una musa. Mentre il concetto di telepresenza faceva il suo tempo, con la nascita di Internet e il personal computer, il suo lavoro di teorico è sempre più vasto e di grande ispirazione per noi: dalla ricerca sincretica, alla technoetics ai moistmedia, i media umidi.

Ecco l’intervista con Roy Ascott. Tra i vari argomenti affascinanti che affronta, Ascott spiega il fenomeno del social network da un nuovo punto di vista.

Simona Lodi: Sei sempre descritto come un pioniere, ma secondo me sei molto di più. quali sono i presupposti concettuali del tuo lavoro? Tecno determinismo o risposta di un artista alla rivoluzione della tecnologia dell’informazione e alla digitalizzazione della cultura?

Roy Ascott: Le mie ipotesi concettuali di base hanno anticipato “la rivoluzione dell’information technology e la digitalizzazione della cultura”.  Il mondo che ha portato alle mie idee di interazione, trasformazione e trascendenza si è sviluppato dalla mia dissertazione su Paul Cezanne e l’Espressione del Cambiamento, i tarocchi e l’I Ching, Pollock, Duchamp, lo Zen e il primato del gesto, e più in generale l’occulto e l’esoterismo, oltre a una passione precoce per la cibernetica di Ross Ashby, Norbert Wiener e del mio amico Gordon Pask. Da qui derivarono i miei primi change-paintings e strutture partecipative analoghe, soprattutto il lavoro sul transactional table-top work. E’ tutto basato sull’interfaccia e l’interattività. Ho sempre pensato che la coscienza sia un campo per il quale possiamo sviluppare strumenti di accesso. Stranamente, il mio ruolo negli aspetti operativi e tecnologici del controllo radar dei caccia (avevo avuto un incarico dal National Service) ha dato colore al termine screen of operations. Arte telematica, prima ancora che le venisse dato un nome!
Quindi, le mie ipotesi concettuali non hanno molto ha che fare con la tecnologia allo stato originario. Mi piace l’idea che le mie tecnologie siano praticamente invisibili. Per me si tratta principalmente di strumenti di trasformazione, che siano alchemici, somatici, digitali o farmaceutici. Caso e cambiamento, interattività, spazi sacri, sensi estesi o networked (concetto che un tempo ho definito ‘psibernetica’), rappresentano alcune delle linee guida del mio lavoro.

S.L.: Tu hai contribuito a modificare l’arte ridefinendone l’estetica e lo scopo all’interno della nostra società . Quale ruolo quindi ha l’artista oggi? E in te dove finisce l’artista e comincia il ricercatore?

R.A.: Arte e ricerca: è una missione spirituale, il tentativo di penetrare più a fondo nella coscienza, di fluire con il Tao. Ma è anche un bisogno costante di fare ipotesi, di pensare le cose in divenire. La specificità della tecnologie è secondaria, per questo mi interesso di ayahuasca come di telematica.  Quello che approvo è una sorta di organicismo moistmedia; l’arida digitalizzazione è mortale. Il mio pensiero è più sincretico che socratico. A livello globale, più interessato all’interattività delle menti che alla prossimità dei corpi; a livello personale, amore, luce ed estensione dei sensi. Ipotizzo dunque sono. Il nostro ruolo è quello di fare in modo che l’arte rimanga l’agente del cambiamento e della trasformazione. Consideriamo noi stessi in divenire. “Artista” è una definizione che conferisce libertà, il diritto di stare fuori dagli schemi, di trasgredire ortodossie di pensiero e di vita. L’arte cerca sempre di superarsi; l’artista come sé supersensoriale.

Arte e ricerca: è un continuum. Anzi, questi termini sono, nel senso migliore della parola, intercambiabili se pervasi da rigorosa creatività! Dobbiamo evitare a ogni costo gli effetti inutili e devastanti delle discipline umanistiche – con le loro metodologie prodotte da una visione limitata – sulla ricerca artistica, (unire i due campi, come ha fatto l’AHRC – Art & Humanities Research Council – denota una totale incomprensione della pratica artistica), e anche la cieca “razionalità” e il fondamentalismo materialista della scienza istituzionale (ad esempio, come gli scienziati quantistici negano le implicazioni ontologiche delle loro ricerche).

La Grey Skies research sta avendo un effetto disastroso sulla creatività. La ricerca artistica deve essere cieli blu, speculativa, anticipatrice e visionaria. Richiede di pensare fuori dagli schemi, cercando di muovere la mente, i sensi in un campo d’azione che va al di là della struttura investigativa di partenza. La ricerca artistica deve produrre i propri protocolli; in qualità di ricercatore, l’artista deve affrontare il sapere in modi nuovi, creando nuovi linguaggi, nuove strutture di riferimento, nuovi sistemi e comportamenti. La ricerca artistica deve essere non-lineare, associative, rischiosa, interattiva e trasformativa, oltre che rappresentare una sfida dal punto di vista intellettuale, estetico e persino spirituale. Se solo l’industria e il commercio riuscissero a capirlo! A quel punto avremmo davvero la “cultura d’impresa” che le istituzioni cercano disperatamente.

S.L.: Come fai ad inventarti tanti neologismi e nuovi concetti? telematica, coscienza globale, paternità distribuita, cibernazione, arte sincretica, technoetics, moistmedia, sono concetti che hanno ispirato molte attività artistiche (anche il nostro progetto di Action Sharing). Quale il percorso che fai per arrivare a formulare queste teorie e ai progetti che hai realizzato (da Terminal Art a La plissure du Text) ?

R.A.: Qualcuno sa davvero come nascono le idee, o da dove arrivano? Conosciamo ben poco della composizione della mente (non è un epifenomeno del cervello, e di questo sono certo). La coscienza è il massimo mistero, l’ultima frontiera. Il compito dell’artista è di esplorarla. Spesso mi sento una specie di agente delle forze psichiche. Trovo che ci sia bisogno di una nuova lingua, in parte per spiegare e in parte per stimolare l’azione negli altri. Man mano che usciamo dal vecchio ordine, dovremmo sviluppare nuovi comportamenti linguistici, proprio come, a un livello semplice, si fa con gli sms o l’utilizzo del pollice. In breve, nuovi comportamenti richiedono nuovi linguaggi, e i nuovi linguaggi generano nuovi comportamenti.

S.L.: All these concepts have inspired many artistic initiatives (including our own Action Sharing project). What led you to formulate these theories and develop the projects you have carried out (from Terminal Art to La plissure du Text)?

R.A.: Il bisogno di essere distribuito, di essere simultaneamente presente in molti luoghi in momenti diversi. Lo stato esistenziale asincronico dà dipendenza. E’ il bisogno di vivere molte vite, di creare molte identità. Condivido la teoria dello scrittore portoghese Fernando  Pessoa, che, con la creazione degli eteronimi, affermò che un uomo non può vivere e comprendere pienamente la vita se si limita ad essere una persona sola, ma che bisogna vivere varie vite simultanee per raggiungere un livello di comprensione più elevato.

S.L.: Sei noto anche per essere uno studioso e sperimentatore onnivoro. Come trovi un filo conduttore tra la cibernetica e Marcel Duchamp, con l’I Ching e le pratiche sciamaniche in Brasile?

R.A.: Mi viene da dire cambiamento, trasformazione, non-linearità, interattività, pensiero associativo, percezione aprospettica, capacità di creare/muoversi in una realtà variabile. Ma… è l’intrecciarsi della discontinuità che preferisco alla condivisione del fil rouge. Per questo sostengo il sincretismo, qualsiasi forma di diversità.

S.L.: Cosa vedi nel futuro? Quale la prospettiva?

R.A.: La mente si sta sviluppando più del corpo, e la sua capacità di gestire l’identità è sempre meno limitata dal punto di vista sociale. Dovremmo occuparci di più non solo della (ri)creazione personale (non dimentichiamo Nietzsche!) ma della creazione di identità multiple. Non siamo più, di fatto, un organismo costituito da un solo sé. Ne è prova Second Life, e altri scenari multiversali, oltre che le comunità di social network. I computer e l’architettura impareranno a vedere, sentire, prevedere; le interfacce e i luoghi svilupperanno sensibilità emotive e la capacità di pensare. Ci muoveremo senza discontinuità tra campi virtuali e materiali, riconoscendo di poter costruire la realtà man mano che la viviamo

Il corpo ospiterà la nostra moist technology di comunicazione (per esempio, l’idea di strumenti azionati dalle mani diventerà estranea). Come all’inizio del Medioevo, ci rivolgeremo sempre più spesso al sincretismo per risolvere conflitti geopolitici, religiosi e civili, come quelli da cui siamo afflitti ora. In tutto questo, il ruolo dell’impulso sincretico nell’arte non va sottovalutato. Tuttavia, il sincretismo richiede la partecipazione di comunità di pensiero che rifiutano l’ortodossia e celebrano il cambiamento. Di conseguenza, l’educazione artistica subirà grandi riforme oppure sarà destinata a scomparire. Lo stesso vale per le università: le potrà salvare solo la trasformazione radicale in organismi dinamici di apprendimento e ricerca transdisciplinare.

SL.: Grazie, Roy.

Simona Lodi