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Intervista a Andy Cameron curatore ospite di Share Festival 2009

Andy Cameron

Andy Cameron

Domanda: Market Forces è il titolo scelto per questa quinta edizione di Share Festival, cosa vuol dire?
Andy Cameron: E’ una di quelle frasi che mi riporta indietro agli anni’80 e ai gloriosi giorni di Margaret Thatcher e Ronald Regan. E’ una frase neoliberale che implica tutta una prospettiva politica ed economica basata sull’idea che il mercato sia una specie di tecnologia, una specie di macchina. E’ la mano invisibile di Adam Smith. E’ il “laissez faire”. E’ la scuola di Chicago. Come l’idea è stata realizzata negli anni ’80 e ’90 fa parte di un progetto neoliberale: la regolamentazione da parte del governo è negativa perchè interferisce con il lavoro naturale della macchina, il mercato ha il suo sistema proprio, la sua logica interna e dovremmo lasciarlo andare, non dovremmo controllarlo.

Ci sono tutta una serie di interessanti questioni sul controllo. Controlliamo noi il mercato o il mercato controlla noi? Chi o cosa è il soggetto della storia? Ci sono aree sociali che vanno oltre gli scopi delle Forze del Mercato? E chi comprende più i mercati oggigiorno, quando i prodotti scambiati sono così complessi e a un alto livello di astrazione. Sto parlando dei complessi prodotti e sistemi finanziari che sono stati in parte responsabili della recente recessione globale.

Ho notato che diverse opere d’arte cercano di modellare lo stesso set di dinamiche – dinamiche che stanno sul limite tra il caos e fuori, che sono sempre sul confine del controllo – ma hanno modellato queste dinamiche in termini puramente estetici.

E verso la fine del 2008 Bruce Sterling (curatore ospite di Share Fest 2008) ha tenuto un interessante workshop a Fabrica dove ha trattato di Arte Generativa – opere basate su sistemi e algoritmi, piuttosto che sull’espressione umana diretta. Ancora una volta mi è sembrato che al cuore del problema ci sia un bilanciamento complesso tra controllo e caos, e una domanda sulla posizione del soggetto – chi o cosa è la forza trainante? Chi decide quale valore?

Finalmente c’è stata la recente crisi finanziaria, annunciata da molto tempo e ancora compresa poco.
Così, Market Forces, era un titolo irresistibile, connettendo arte e economia e colpendo proprio sul bottone dello zeitgeist.

Potresti descrivere i rapporti tra arte e mercato ? Come vedi i rapporti tra l’innovazione artistica e la comunicazione d’impresa? in quali direzioni stiamo procedendo?
L’arte è sempre stata un mercato e penso che lo sarà sempre. In questo senso non è diverso da nessun altro sistema di scambio di beni. Sto parlando di arte contemporanea. Dall’altro punto di vista, commerciale e comunicativo, non c’è contraddizione tra creatività e commercio, tra arte e soldi. Il capitale ha la capacità di liberare straordinarie energie creative. Amo la pubblicità, o almeno un tipo di pubblicità e sono interessato a quegli artisti che tirano giù i cancelli tra arte e mercato – Tomato, Random International, Natzke, Art+Com per nominarne alcuni, e sicuramente gli artisti che lavorano a Fabrica, come ad esempio Joao Wilbert, un artista giovane molto interessante con il suo progetto exquisiteclock.org – un sito web ma anche un’installazione site specific, applicazioni marketing, e una applicazione per Iphone.

Non pensi anche che gli artisti  possono essere una fonte alternativa di conoscenze sull’economia? e che sia interessante per sfatare i luoghi comuni sull’economia di mercato quei lavori che hanno attinenza con il marketing, l’e-commerce, la comunicazione commerciale? Opere scherzose e paradossali che spesso usano il supermercato, anche in versione e-commerce, come luogo privilegiato, come lo shopdropping, il fake e il maketing virale..etc?

Non sono convinto che l’artista abbia ruolo se confrontato con il mercato. In ogni caso ogni artista vive dentro al mercato, come tutte le altre persone. Ma sono d’accordo sul fatto che un artista possa agire con successo in un contesto o in uno spazio commerciale.
Quale luogo migliore di un supermarket per un’installazione d’arte? O un negozio di moda?

Quali propositi ti sei posto per questa tua prima avventura come curatore di un festival di arte e cultura digitale?
Come è fare il curatore? Molto divertente. Rafforza ed è un privilegio.

Che cosa è la cultura digitale e cosa è l’interattività?

Che cosa è la cultura digitale? Che cosa non è cultura digitale? L’interattività è un concetto più specifico – comunicazione tra due canali, in e out. E’ una scala graduale – da un lato ci sono le rappresentazioni narrative, i romanzi, i film e così via, dall’altra ci sono la xbox  una conversazione.

La processualità è diventata una categoria estetica intrinseca all’arte digitale, è in corso uno spostamento da un universo rappresentativo a uno relazionale?

Si non potrei essere più d’accordo. E’ espressa molto bene in italiano, si legge bene. In realtà è già accaduto. Le agenzie di pubblicità sono molto stressate da ciò. Tutte le persone lo sono.
Guarda al lavoro fatto da  Kevin Slavin e Frank Lantz a area/code. Commerciale, intelligente e completamente relazionale – un’estetica relazionale.

Hai partecipato come giurato al Festival Ars Electronica, nella sezione Interactive art quali impressioni hai avuto dalla più grande e storica manifestazione legata a questo ambito? Condividi il solito  entusiasmo di Linz per la tecnologia tout cour?

Riguarda meno la tecnologia e più l’arte. Che è come dovrebbe andare. Ars Electronica ha fatto una grossa scommessa 30 anni fa e ha funzionato bene per Linz. E adesso  Ars Electronica sta evolvendo in qualcosa di nuovo, un qualcosa che è maggiormente al centro delle cose, un centro di arte, non il ghetto ma il centro, un luogo dove tecnologia, design e arte si incontrano naturalmente. Sono molto contento per loro.