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Frontiers of Interaction V. Intervista con Leandro Agrò

frontiers of interaction

In bilico fra arte e ingegneria, tecnica e filosofia, ufficialmente Leandro Agrò è un interaction designer, ma preferisce definirsi un “ibrido”. Partito da Agrigento, a 14 anni fra pc e motorino sceglie il primo. E arriva lontano, in California passando da Milano dove risiede. Frontiers of Interaction, evento di cui è ideatore, è il motivo per cui lo abbiamo intervistato.

Ma senza indugiare oltre ecco con le sue parole la storie e l’evoluzione del progetto, qualche curiosità e un gradito sguardo critico alle tematiche proposte. Un’intervista densa che fa riflettere sulle prospettive di sviluppo del web che abbandonando il dominio dell’immateriale si sta spostando sulle “cose” (the Internet of Thinghs, o web 3.0, o SPIME), fra smart city, socialnetork e progettazione ecosostenibile.

Frontiere (nemmeno a dirlo) dell’arte, della tecnologia e della nostra vita quotidiana su cui vale la pena soffermarsi almeno per qualche minuto.

[Nella Foto: Leandro Agrò (a sinistra), Carlo Maria Medaglia del CATTID di Roma (centro) e Matteo Penzo (co-founder Frontiers) davanti all’Acquario Romano, con la maglietta di Frontiers of Interaction V.

Fonte | ArtsBlog.it

– Frontiers of Interaction V: come è nato l’evento e come siete riusciti ad arrivare alla quinta edizione.

L’evento è nato come spesso accade perchè c’era un’opportunità. L’opportunità era di avere per la prima volta in Europa un ragazzo che si chiama Dirk Knemeyer che già cinque anni fa era una stella emergente della user experience soprattutto californiana. Lui doveva andare in Austria per uno speach e Matteo Penzo, co-producer storico di Frontiers, mi avvisò dell’opportunità di invitarlo in Italia a fare un talk presso qualche accademia conosciuta, suggerendomi di organizzarlo in una delle scuole dove insegno materie affini. Ma era già tardi: essendo giugno inoltrato come data non si prestava granché perché le lezioni erano finite. E non volendo perdere l’opportunità ho pensato di sfruttare un evento fatto l’anno precedente all’interno del corso di informatica per umanisti della Bicocca, l’Interaction Day. C’era già una mezza idea di prendere quella giornata e tirarla fuori dal corso perché aveva una sua consistenza. Ci abbiamo lavorato e così è venuto fuori il nome “Frontiers of Interactions” e con l’università Bicocca che ci ha supportato per tre anni nella realizzazione di Frontiers, abbiamo invitato Knemeyer. A lui per prossimità naturali si sono aggregati una serie di speaker, alcuni locali e alcuni stranieri (Svizzera piuttosto che Francia) e dal lì è nata la prima edizione. Eravamo circa in quaranta a vederla, cioè meno di quelli che hanno allestito la quinta edizione: a conti fatti, all’Acquario Romano tra troup televisiva, di allestimento fisico, sreeening e i ragazzi che lavoravano alle installazioni laterali c’erano circa 50 persone, ovvero di più rispetto al pubblico della prima edizione. Nel mezzo è successo ovviamente un po’ di tutto. Molto bella la 3° edizione con l’illuminazione di Artemide, Rafi Haladjian, il fondatore di Violet, società che produce i conigli Nabaztag da lui definiti come il pong dell’internet delle cose. Una curiosità è che è stato sempre lui a portare fisicamente i conigli in Italia e con primo ci ha giocato a mia figlia: lo ha adottato subito. Questo coniglio è stato realmente il primo seme della Internet of Things: sembra un secolo fa ma sono passati solo 3 anni…
Poi l’anno scorso a Torino al Museo di Arte Contemporanea che è stata una cornice veramente bella, e quest’anno l’Acquario Romano: una location altrettanto straordinaria che già a vederla da fuori con il suo ingresso, le colonne e le statue fa una grande impressione.

– Altro capitolo: obbiettivi dell’evento.

L’evento vuole colmare un vuoto di contenuti utili a indirizzare sostanzialmente un pubblico un po’ misto, che di solito sta un po’ tra le pieghe perché è un pubblico ibrido: non è necessariamente di comunicazione, non è necessariamente tecnologico, non è necessariamente di architettura o di design, non c’è una lotta fra ingegneri, architetti o roba del genere. Ci sono un sacco di figure che vivono a cavallo di queste diverse discipline e competenze e che in qualche modo non hanno un riferimento. C’è, se vogliamo, anche una questione che riguarda la capacità di lavorare in team con intelligenza sulle soluzioni, nel senso che spesso la cornice accademica tende a inquadrare bene il problema e a risolverlo puntualmente. Noi probabilmente siamo meno bravi a risolvere puntualmente dei problemi o a creare “cornici”, ma consentiamo di avere una visione di insieme. La visione di insieme è una cosa che spesso manca: quindi se parliamo di visione di insieme, prospettive sul futuro,personaggi ibridi, riusciamo a collezionare la ricchezza dei makers, vale a dire quelli che si sporcano le mani di codice o di hardware e fanno le cose, e di quei personaggi ibridi che sono a cavallo delle varie discipline, caratteristica che alla fine è il fondamento di un lavoro di team.

– Tematiche: ho notato una cosa un po’ particolare (parlo di questa edizione naturalmente). C’era una specie di filo conduttore (non so se volontario o no) che legava diversi progetti e interventi presentati: l’ecologia. Una mia impressione o esiste un legame intrinseco, una sensibilità comune a queste discipline sincretiche che si traduce in una “modalità ecologica” di interpretare la realtà e progettare soluzioni?

Certamente, e in realtà mi stupirei del contrario. In Frontiers, è sostanzialmente la materia prima per coloro che devono progettare: senza questo genere di attitudine alla progettazione sostenibile io penso che oggi quest’utenza dovrebbe cambiar mestiere. Perché pensare di progettare senza una visione globale delle cose, senza una visione sociale delle cose nel senso più ampio della parola e senza una visione sostenibile ed ecologica è come pensare di vendere cavalli come mezzo di trasporto. Meglio fare oggi con la tecnologia che abbiamo delle costruzioni non in senso solo fisico ma anche in senso metaforico, quindi fatte di persone, fatte di macchine, fatte di tecnologie, fatte di cose che puoi toccare, fatte di cose che stanno solo nell’entità digitale in qualche modo. E tutte queste farle in modo sostenibile. Che non vuol dire essere ecologisti, verdi o morbidi: da questo punto di vista vuol dire semplicemente avere buon senso e riuscire a gestire bene le risorse. Chi progetta, e non intendo l’artista, ma intendo chi data una serie di problemi con una sintesi deve tenere conto delle risorse che ha a disposizione. Le risorse del pianeta sono finite e proggettare ed eseguire senza tener conto fondamentalmente vuol dire non saper progettare. E’ abbastanza lampante ed è normale che noi si abbia questo tipo di attenzione ed attitudine. In questa edizione era particolarmente evidente perchè abbiamo lavorato su un terreno di sovrapposizione quale “smart cities”, “internet of thinghs” e social network: tutti e tre toccano il tema ecologico.
Il topic della giornata ha fatto emergere di più questo tema che però in realtà è un tema sotteso a tutta la progettazione a 360°.

– C’è qualche argomento che state affrontando in questo momento e di cui ci vorresti parlare?

Una cosa che stiamo seguendo ora che è un po’ una provocazione è realtiva al cambiamento della definizione di parola “tecnologia” in separazione dalla parola strumento. Si sta un po’ giocando con questa definizione. Ovviamente nessuno ha l’ambizione di trovare una nuova definizione, sarebbe un risultato enorme, che poi probabilmente ottengono l’Accademia della crusca da un lato e i teorici dall’altro. E’ un tipo di risultato che non viene nè dai makers nè dal mercato. Tu definisci il main set, però poi le tag le mette qualcun’altro. Quindi ribadisco, rimane una provocazione, però la definizione di tecnologia a cui ci stiamo avvicinando è quella in cui la tecnologia è un po’ l’outpout in termini di flusso di un sistema complesso composto da persone e macchine insieme. Quindi se FaceBook è lo strumento, FaceBook più le persone che lo vivono e che su quell’ambiente producono delle attività determinano un flusso di attività, e quella è la tecnologia. E’ abbastanza divertente e interessante perché è un po’ portare all’apoteosi il concetto di Beta perenne del web 2 piuttosto che altro. Un bilding una volta dicevi che lo “finisci”, mentre un sito web era in continua evoluzione. Non è vero che un bilding lo finisci perché in realtà continua a modificarsi nel tempo, perché cambiano i suoi impianti, cambia il modo in cui è abitato e vissuto, cambiano alcuni features o le destinazioni d’uso: è solo che è su una scala temporale più lenta. In questo senso, se la nostra ottica diventa quella dei 10.000 anni, come proponeva uno dei lavori di questa edizione, la differenza è impercettibile.

– Ultima domanda. Oltre alla maglietta quest’anno avete regalato un bellissimo gadget: una sorta di Thotà di Wired che conservo a casa gelosamente…

Allora, sarebbero 1000 le persone da ringraziare. Mi viene in mente Andrea Genovese che ha sparso il verbo sul territorio romano per far sì che la gente sapesse che la manifestazione esisteva, ma per questo gadget dobbiamo ringraziare soprattutto Riccardo Luna, il dir. editoriale di Wired Italia, perché ha avuto la cultura, l’attenzione, la sensibilità di ripartire con tantissimo affetto sopra un pezzo di stoffa come fosse un collage una serie di cose che Luis Rossetto utilizzava per andare in giro dai potenziali finanziatori, riuscendo alla fine a fondare quello che per noi è stato Wired: una bibbia per 15 anni. E questo manifesto che Riccardo ha in riproduzione all’interno della sua stanza di Wired Italia è stato staccato dal muro, riprodotto in 75 copie fisiche stampate su stoffa, molto fini, molto eleganti. E si è scelto di distribuirle a Frontiers, pensando che qui ci fosse proprio quel mix di persone che probabilmente lo avrebbe apprezzato di più.