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Intervista a Ralf Baecker

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Ralf Baecker presenta l’opera Calculating Space a Share Prize 2009.

– Qual è il ruolo che ricopre l’arte digitale nel rappresentare caos e complessità?

Penso che l’arte digitale si confronti con la complessità nella maggioranza dei casi. Nel momento stesso in cui è implicato un computer con le sue milioni di unità in commutazione, ci si trova a confrontarsi con un sistema complesso. Può agire secondo determinismo, ma le parti racchiuse in un software che operano sull’hardware devono interagire tra loro e possono generare comportamenti imprevisti (bug). Nel caso poi le macchine siano collegate ad altre o abbiano dei sensori, la complessità diventa multiforme.
Parlando in modo più specifico e dal punto di vista artistico, credo che complessità e caos esercitino una forte attrazione su di noi, forse perché ci ricordano cose di cui siamo a conoscenza per natura o attraverso i sistemi sociali ed economici. L’artista può installare un sistema molto semplice e chiaro potenzialmente capace di generare un comportamento imprevisto. Ma deve evitare di immaginarsi la complessità, è libero di sperimentare e di sfruttare in modo improprio quelle tecnologie per creare qualcosa che non deve competere con la scienza, l’ingegneria o il mercato, può essere solo speculativo.

– Le forze del mercato. Come interagisci con le forze del mercato nella tua vita di tutti i giorni? Ritieni che le architetture hardware e software della nostra realtà digitale siano forze del mercato che opprimono l’artista o che al contrario gli offrano nuove potenzialità d’espressione?
Per quanto riguarda le mie pratiche artistiche quali la ricerca, l’elaborazione del linguaggio e dell’immagine, la programmazione di software e la creazione di prototipi di hardware, mi viene naturale e comodo lavorare con open software, ma non lo considero un obbligo. In certi casi mi vedo costretto a utilizzare software di tipo “industriale standard” che si adattano in certi flussi di produzione come ad esempio CAD, stampa e prestampa e decodificatori per video. In un certo senso questi sono i miei interfaccia con il mercato, con i quali sono costretto a convivere.
L’enorme successo del movimento open-source e Internet ha avuto un grandissimo impatto sul modo di lavorare degli artisti digitali. Sembra che Internet offra la risposta a quasi tutti i problemi tecnici, ma ha anche la tendenza ad amplificarne alcuni.
Per quanto riguarda l’hardware la situazione è completamente diversa perché la produzione di componenti semiconduttori come i transistor, i CPU e i microcontrollori si è trasformata in un processo complicato che richiede una tecnologia molto elaborata. Gli artisti sono costretti a utilizzare chip preconfezionati che nel loro insieme di istruzioni includono i concetti di gerarchia propri del mercato. Gli attuali microchip portano impresso sul loro layout la nostra realtà culturale e materiale ed evolvono in quanto sono necessari per costruire la prossima generazione di chip. Secondo me la potenzialità dell’artista consiste nel tradurre e ripensare le funzioni del mercato in molteplici direzioni e sembianze.


– Qual è stata l’idea che ti ha ispirato all’inizio e cosa hai imparato da quel progetto?

Ho iniziato a interessarmi del contesto storico e culturale di computer e calcolatori. Stavo cercando il nesso tra le radici logico-formali e meccanico-fisiche di quelle macchine. Avevo in mente una macchina che unisse la tradizione dei primi strumenti combinatori e filosofici (ars magna) con i dispositivi cibernetici epistemologici degli anni cinquanta. Il mio obiettivo era quello di ingrandire i livelli di cui si compone il digitale e dare una visione patafisica che unificasse lo spazio di calcolo (computazione materiale attraverso simboli) e il risultato di questo processo, la simulazione (visualizzazione). Ho fatto esperimenti con materiali non tradizionali per costruire i principali neuroni logici porte/artificiali NO/E/O per renderli tattili, dargli una struttura. Sono state le prime particelle elementari del mio personale ambiente di programmazione hardware per creare un semplice algoritmo che lavora in parallelo e genera modelli complessi. È stato come riappropriarmi del digitale.

– Hai detto che “la macchina svela e nasconde allo stesso tempo, come se si trattasse di un segreto”. Potresti descrivere questo paradosso?
In Calculating Space ogni singola cifra binaria è costruita manualmente (legno, corde, leve, pesi e via dicendo). È possibile seguire un bit che si commuta da 0 a 1 e viceversa. L’intera logica di elaborazione diventa evidente allo spettatore. Non c’è nulla nascosto in una scatola nera, ad eccezione delle schede dei microcontrollori che amplificano e ripetono i segnali. Ma questa trasparenza assoluta non aiuta a capire il processo. Si potrebbe pensare che dia chiarezza o addirittura che sia didattico, ma appare misterioso e contemplativo.