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Squatting Supermarkets. I loghi e i luoghi del consumo: Salvatore Iaconesi

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Squatting Supermerkets è un titolo è affascinante, ma il contenuto lo è ancor di più. Per i compulsivi dello shopping e per chi dello shoping non si fida, quest’opera d’arte sfida la percezione ordinaria dell’acquisto proiettandola in una nuova dimensione: sensoriale, etica, estetica. Ma cerchiamo di capire insieme di che si tratta.

Progetto speciale del Piemonte Share Festival 09, Squatting supermarkets è un’installazione interattiva che riproduce un supermercato in Realtà Aumentata. Il cuore tecnologico dell’installazione è un’applicazione iPhone basata sul riconoscimento dei loghi, iSee, che usa l’infrastruttura fisica e informazionale del marketplace (punto vendita+logo) per riprogettare radicalmente atto più estremo, quotidiano e pervasivo del consumismo, lo shopping. A questo punto, la dimensione di squotting evocata nel titolo dovrebbe iniziare a chiarirsi ai lettori.

le potenzialità di un intervento di questo tipo sul tessuto (economico, sociale, antropologico) del consumo. L’arte esce definitivamente dagli schemi mostra/museo/oggetto e si getta con gioia primitiva nel processo, nell’ibridazione con le tecnologie, la comunicazione e la publicità, sbarazzandosi definitivamente di un falso complesso verso mercato: una galleria non confesserà mai di essere un supermercato (d’élite e raffinato, ma sempre un supermercato), mentre chi la frequenta stenta a riconoscersi come un banale consumatore (d’arte ma sempre consumatore). Questa arte non desidera essere esposta, venduta, collezionata: se il supermercato diventa la sua location per eccellenza, l’intervento artistico non non si limita al detournamento della merce, ma è una vera e propria azione di revers engineering delle dinamiche del consumo, costringendo a trasformare in senso ecosistemico il concetto stesso di valore.

In questi giorni sono a Torino dove sto seguendo dall’interno lo svolgersi del Festival. Per cui ecco a voi un’intervista con Salvatore Iaconesi, ideatore di Squatting Supermarkets. Nell’intervista, abbiamo deciso di approfondire un’aspetto particolare dell’opera, entrando con lui nel vivo dello sviluppo e delle funzionalità del software iSee. Ne emerge la descrizione del “lato oscuro” di AppleStore (e delle sue politiche di accesso al codice), alimentato da una complessa burocrazia digitale. Ecco cosa scopriamo.

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iSee è un’applicazione iPhone con un ruolo fondamentale all’interno del progetto: ci spieghi meglio di che si tratta?

iSee fa essenzialmente due cose:
– trasformare i loghi dei prodotti in luoghi di comunicazione
– sovrapporre dimensioni critiche alla “realtà ordinaria”

Il primo processo avviene con un sistema di riconoscimento delle immagini. Fai la foto di un logo, il software lo riconosce e ti mette a disposizione alcune possibilità:
– vedere le informazioni di responsabilità sociale ed ecologica del suo produttore
– aprire dialoghi “sul logo” (scrivere delle cose, dire delle cose, filmare delle cose, che poi saranno consultabili dagli altri che, dopo di te, “consulteranno il logo”, di fatto, trasformato in un wiki)
– creare economie ecosistemiche (se io inquadro un caffè della Nestlè, ci vedo sovraimposta la possibilità di acquistarne uno di un piccolo produttore locale, magari biologico, che non picchia i dipendenti e che adotta pratiche di sostenibilità ecologica).

Il secondo processo avviene con un semplice sistema di realtà aumentata. Geolocalizzando le informazioni si può far sì che le persone, mentre attraversano città e campagne, possano vederle direttamente sullo schermo. Ovvero, inquadri il ministero con il telefono e vedi le informazioni di una rivendicazione; inquadri un fiume e scopri che il sig. X ci ha fatto accanto una fogna non autorizzata etc…

Il progetto sembra complesso: sei arrivato a una tecnologia stabile?

Il software ed i processi ci sono. C’è solo un problema. La politica della Apple sullo sviluppo e la pubblicazione delle applicazioni sul suo AppStore. Una enorme burocrazia (fatta di contratti multipli, di certificati di firma digitale del codice, di mari di disclaimer e di condizioni e termini d’uso…) ed un processo assai complesso si affiancano ad alcune politiche “sul codice” che determinano in maniera quasi assoluta cosa può e non può essere pubblicato sullo store.

Un fatto non trascurabile perché la mancata pubblicazione sull’AppStore limita enormemente la diffusione delle applicazioni iPhone. Per prendere il software da altre parti le persone sono obbligate a sbloccare il proprio telefono. La procedura è ormai semplice, ma non alla portata di tutti e in ogni caso viola le condizioni di servizio di Apple, facendo decadere la garanzia del telefono.

Hai parlato di politica del codice. Che intendi?

Mi riferisco in particolare alle limitazioni sul software. Apple sta tenendo per sé alcune funzionalità che sono di estrema utilità per la realizzazione di applicazioni “critiche”. Diversi framework presenti nell’iPhone (come la cattura di video o immagini in tempo reale, o alcune possibilità avanzate di GPS e bussola magnetica, ma anche altre più strettamente collegate alle dinamiche di interazione) sono utilizzabili solo all’interno di alcune “cornici” predisposte da Apple, con funzionalità realmente limitate. Questo avviene mantenendo private le chiamate più interessanti ed avanzate di questi sottosistemi e lasciando disponibili solo poche funzionalità in scatola.

In sintesi: i dispositivi elettronici ci sono, il software per gestirli pure, ma non li puoi usare. E se li usi (se trovi il modo di usarli) non ti permetto distribuire l’applicazione.

Sei a conoscenza di applicazioni che hanno fatto le spese di questa “politica”?

Si, in realtà c’è un ampio repertorio di casi in cui applicazioni eccellenti sono state rifiutate perché usavano i framework privati dell’iPhone

Forse il più famoso è quello di Zach Lieberman (di OpenFrameworks) che ha creato un software in grado di trasformare l’iPhone in un controller per performance audio e video. Eccezionale: coordinabile in più istanze e tra computer e dispositivi mobili, in grado di adottare protocolli standard come OSC, gratuito e OpenSource. Ma non può essere inserito nell’AppStore perché usa due librerie private, e neanche direttamente.

Come rilascerai il codice?
iSee sarà rilasciato con licenza Open Source ed è uno dei progetti editoriali curati FakePress: con la nostra casa editrice cross stiamo inoltre studiando il sistema in una nuova modalità dedicata alle arti performative, che abbiamo chiamato”re-fluxus”, pensato espressamente per le arti performative.

Per chi fosse interessato all’argomento consiglio infine la lettura del testo critico dell’opera, che trovate a questo link: lo sconfinato mondo dello Shoptivism inizierà a disvelarsi davanti ai vostri occhi…

Fonte | ArtsBlog.it