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Intervista suicida

les liens invisibles

Ne abbiamo scritto e parlato molto e finalmente ecco l’intervista su Seppukoo.com.

Il progetto ha fatto molto ha suscitato molte reazioni, giungendo anche sulla stampa nazionale, ma per capirne di più ne abbiamo parlato direttamente con gli ideatori, il gruppo Les Liens Invisibles, analizzando insieme a loro diversi aspetti del progetto. Scopriamo così il legame profondo del progetto con Luther Blissett, storico suicida (è stato lui a commettere il seppuku per la prima volta, ispirando il gruppo); le difficoltà incontrate nello sviluppo della piattaforma (“un lavoro più da escapisti che da programmatori“, come ci dicono sorridendo); la scelta della della resurrezione degli utenti (ovvero la reversibilità del suicidio); il legame fra life style e politica.

Parte delle domande hanno inoltre riguardato la vicenda Facebook, nel tentativo di capire quali fossero le controversie legali alla base della richiesta di bloccare l’operazione. L’ultima domanda indaga invece il possesso delle nostre identià digitali chiedendosi se, come nel mondo fisico possiamo, possiamo realmente “cancellarcidalla faccia dei social network“…

Secondo voi è possibile? Buona lettura.


– Seppukoo.com: un lavoro che ha avuto una lunga gestazione. Quando avete iniziato a lavorarci e come vi è venuta l’idea? Tecnicamente, come funziona il sistema?

L’idea originaria risale ai primi mesi del 2008 e prendeva in esame inizialmente la piattaforma MySpace.
Abbiamo cominciato con uno studio di fattibilità teorica, chiedendoci se sarebbe mai stato possibile convincere le persone a rinunciare alla propria vita online e quali meccanismi avremmo dovuto sollecitare per rendere l’operazione possibile.
Una risposta convincente ci venne solo molti mesi più tardi, sul finire del 2008, quando elaborammo il concept dell’attuale piattaforma Seppukoo per una application che proponeva la creazione di un virus.
Nel frattempo la piattaforma di riferimento a livello globale era diventata Facebook, e la sua forte connotazione identitaria permetteva più che in ogni altro social network finora creato l’identificazione con la propria esistenza online. Ma anche il nostro obiettivo nel frattempo era cambiato: non miravamo più alla liberazione dell’individuo come un fine, ma come un mezzo per colpire un corpo più grande, l’intero social-body di Facebook fatto di utenti e connessioni. Nonostante la scelta della commissione ricadde su un altro progetto decidemmo comunque di portare avanti Seppukoo, anche se in tempi meno stringenti.
D’altra parte le difficoltà non mancavano, e per noi si trattava di un’esperienza del tutto nuova rispetto alle
precedenti nostre piattaforme. Non si trattava infatti di ricostruire e detournare uno schema di funzionamento, ma di inserirsi all’interno di un sistema ed emulare una sessione di navigazione dell’utente via script, compiendo le operazioni necessarie alla disattivazione dell’account.
Un lavoro più da escapisti che da sviluppatori, se consideriamo che avevamo contro 1500 programmatori che quasi settimanalmente cambiavano le carte in tavola, costringendoci di volta in volta a rivedere l’applicazione per superare nuovi blocchi di sicurezza.

– Un famoso suicida via seppukoo nella storia della cultura underground italiana è Luther Blissett, che è anche uno dei vostri testimonial. Come e quanto vi siete ispirati al suo personaggio e qual’è, se vi va di
rispondere, il vostro testimonial preferito?

Sicuramente di tutto il progetto la parte più divertente è stato impersonificare i nostri testimonial, fase in cui siamo stati aiutati da un vero e proprio team. Difficile dire quale tra loro sia stato il nostro preferito, ma sicuramente il più significativo ai fini del progetto è stato proprio Luther Blissett, personaggio chiave per la nostra formazione e spesso ricorrente nei nostri lavori. In questo caso poi lo stesso nome del progetto, Seppukoo, è ispirato proprio all’atto conclusivo del Luther Blissett Project, il seppuku appunto.
Ma questo non è il solo motivo alla base della citazione. Nella seconda metà degli anni ’90 il Luther Blissett Project ha saputo portare avanti una efficace critica sull’identità che in parte abbiamo voluto riprendere e traslare nel mondo dei social network. Tra i ’90 e i primi ’00 infatti Internet si presentava come un mezzo in grado non solo di superare le barriere fisiche dello spazio ma anche quelle della propria identità. L’anonimato, il nickname e gli avatar garantivano la possibilità di essere al contempo uno, nessuno e
centomila… Attraverso il culto dell’individuo, delle sue vanità e dei suoi voyeurismi, il fenomeno facebook ha vanificato tutto questo, replicando sulla rete lo stesso schema identitario della vita “reale”. E’ inquietante, e noi l’abbiamo provato con la nostra stessa esperienza, come Facebook si possa avvalere – attraverso i Terms of Conditions a cui ogni utente è sottosto – del diritto di disabilitare un profilo solo perché questo ha un nome non corrispondente al proprio nome reale. E’ evidente quanto l’obiettivo finale sia quello di creare la sincronia perfetta tra il “corpo virtuale” e quello “reale”, al fine di poter vendere un prodotto (gli utenti) sempre più affidabile.

– Da un lato esperienza radical chic, dall’altro tentativo di invertire i meccanismi di sfruttamento del (mitico) web 2.0 disconnettendo gli utenti. Qual’è per voi oggi il confine fra life stile e politica? Seguendo quale logica siete arrivati a scegliere la via della “resurrezione per i suicidi?

Lo stile di vita è politica.
Parlando di Facebook spesso ci capita di imbatterci in un luogo comune molto frequente che è quello di chi si vanta di usarlo in maniera “intelligente”, una sorta di giustificazione che si cerca di dare alla propria presenza su uno strumento che è politicamente fortemente connotato.
La resurrezione più che una nostra scelta è stata un’imposizione con cui abbiamo dovuto fare i conti e che abbiamo sfruttato a nostro vantaggio: non abbiamo mai avuto aspirazioni paternaliste nei confronti dei nostri utenti e il nostro scopo non è mai stato quello di salvare i matrimoni e le vite reali dei facebook-addicted ma quello di fare riflettere una volta di più sulle implicazioni che questo strumento comporta.
Questo approccio ci ha permesso di raggiungere anche e soprattutto molte persone che in realtà non avevano alcuna intenzione di rinunciare a Facebook, ma che proprio grazie alla reversibilità dell’operazione hanno potuto sperimentare l’esperienza della disconnessione, se pur temporanea. La resurrezione diventa inoltre un’occasione in più per sottolineare l’impossibilità e la difficoltà a far sparire i propri dati personali che risiedono su server al di fuori del nostro controllo.

– Ma parliamo delle recenti prese di posizione di Facebook: poco tempo fa ricevete una lettera dai suoi legali. Qual’èera esattamente il contenuto della lettera? Vi aspettavate una reazione del genere?

Facebook ci contesta alcune operazioni proprie della nostra applicazione, ovvero l’aver utilizzato i dati di accesso dei suoi utenti e di avere raccolto le loro informazioni senza avere l’autorizzazione di Facebook e senza aver utilizzato la loro piattaforma “Connect”, predisposta sempre da facebook per interagire con il suo sistema e poter così controllare ogni accesso ad esso.
Prendendo come scusa la volontà di tutelare la privacy dei suoi Utenti, che stando a quanto dicono avrebbero molto a cuore ma stando a quanto dice Zuckerberg vorrebbero di fatto abolire, Facebook ci ha quindi intimato di cessare ogni nostra attività in tal senso e di cancellare tutti i dati contenuti su seppukoo.com, il che, in definitiva, coincide con la distruzione stessa del nostro lavoro.
Sapevamo che potevamo aspettarci un attacco dal punto di vista legale ma non credevamo che sarebbero stati così avventati da mettere a repentaglio la loro facciata buonista rispondendo con gli avvocati a una critica, amplificandone di fatto l’efficacia.

– Esistono in rete progetti simili al Seppukoo, come Suicide Machine che recentemente ha ricevuto lettere simili alle vostre: qual’è il significato reale della linea scelta da FB?

Banalmente non crediamo che abbiano a cuore preservare gli utenti dal commettere suicidio, d’altra parte non siamo riusciti a raggiungere cifre tali da poter impensierire anche solo minimamente sotto questo punto.
Si tratta di una presa di posizione decisamente autoritaria nei confronti dei contenuti degli utenti preservati in
Facebook. Mentre lo stesso Facebook ha potuto espandersi attraverso l’utilizzo di altri network, come per
esempio l’accesso all’indirizzario di GMail, nei termini di utilizzo di Facebook si vieta all’utente la possibilità di dare le proprie credenziali a terzi.
E’ un modo attraverso il quale si cerca sicuramente di preservare un monopolio de facto su quei dati personali.

– Alla fine avete scelto di non rimuovere il sito. Ci sono altre occasioni in cui vi siete trovati in situazioni simili? Cosa significa “infrangere la legge” e che significato può assumere in un percorso di arte/attivismo?

In effetti sembra che in molti non apprezzino i nostri interventi. Sul piano internazionale si tratta della seconda minaccia legale che riceviamo, in passato ci era capitato di ricevere un’altra minaccia dal giornale francese Le Figaro per A Fake is A Fake ma non vi fu nessun seguito. Peggio in italia, dove abbiamo subito due processi di cui uno ancora in corso contro un parlamentare UDC, Luca Volontè. Senza dover per forza stare a riproporre lo stesso modello stereotipato di attivismo, crediamo che la questione non sia se infrangere la legge o meno. E’ più interessante ed efficace giocare con limiti e contraddizioni della cosiddetta legalità,
smontandone i presupposti, modificandone la prospettiva e continuando ad inventare sempre nuove vie di fuga.

– Infine, una riflessione: quando ho parlato per prima volta del vostro progetto mi aveva colpito il parallelo fra la possibilità del suicidio come atto estremo di cancellazione dell’individuo nel mondo fisico. Possediamo la stessa facoltà nel mondo digitale?

Può sembrare macabro ma spesso non ci rendiamo conto che le nostre identità digitali continueranno ad esistere per chissà quanto tempo ancora dopo la nostra sopraggiunta morte fisica. Già adesso i social network sono oggetto dello sciacallaggio più meschino nei recenti fatti di cronaca, ad opera di “amici” che vendono i contenuti del caro estinto al massmedia di turno.
L’aspetto paradossale e ironico della memorial page a nostro avviso rende evidente che quei profili che ogni giorno agghindiamo non sono altro che le nostre future lapidi digitali, destinate a sottrarre al sepolcro il ruolo di rifugio della nostra memoria.

Via| Artsblog.it