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Virtual Entity – cosmogonie digitali. Conversazione con xname

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Finalmente, ecco l’intervista con xname (Eleonora Oreggia). La aspettavo da tempo e lo dichiaro apertamente: poche volte sono stata così soddisfatta di poter pubblicare, e soprattutto documentare, il lavoro di un’artista su questo blog. Con un punto d’onore: a quanto mi dice l’autrice è la prima volta che c’è una documentazione scritta in italiano sul progetto, nato e svoluppatosi inizialmente in Olanda.

Ma torniamo a noi. Ho conosciuto xname nel corso di AHAcktitude. Non sapevo quasi nulla del suo lavoro e per motivi a me ignoti ero addirittura convinta che fosse un uomo: la sua forma fisica è stata dunque il primo piacevole spiazzamento. Poi ha iniziato a descrivere Virtual Entity. Ogni tanto capita, si rimane rapiti da un’idea perché ha la forza di una visione, perchè forse più banalmente e concretamente coglie un aspetto della realtà e la disvela. Virtual Entity ha queste caratteristiche. A cavallo fra la riflessione filosofica e la software arte, il progetto costruisce una vera e propria cosmogonia intorno alle entità digitali (essenzialmente software e file) a cui viene conferito lo status di “unità culturali indipendenti” libere di interagire nel reame giditale, quali primi e concreti attori dell’ecosistema. Entrare nel meccanismo della Virtual Entity è eccitante, specie per chi come me si interroga costantemente sui limiti della proprietà intellettuale (limiti nel senso della sua applicabilità e della reiterata estensione a ogni campo del vivente a cui assistiamo). Quando un file viene rilasciato per la prima volta, il suo autore non si limita a imporgli una licenza (all rights o some right che sia). Il sistema conferisce al file una “soul” (anima), un’informazione genetica primordiale proprio come se fosse un’identità. Il file in seguito avrà una vita autonoma proveniente dalle sue interazioni, che si depositerà nella cosiddetta “aura” del file rendendone conto. Il punto di partenza di questo lavoro è che se applicate al dominio digitale i concetti come proprietà, unicità e autenticità semplicemente non sono più validi e vanno ridefiniti: da qui la necessità di costruire una nuova ontologia.

Tante volte mi sono chiesta perché le Creative Commons e i discorsi sul diritto d’autore che spesso seguo mi fossero diventati mortalmente noiosi: se pur strumenti “utili” per la divulgazione e “comodi” per la pubblicazione, li associavo sempre più alla litania di un catechismo laico o un cane che si morde la coda. Ma il problema che voglio discutere non sono i preti della cultura libera (per restare in metafora) che instaurano la burocrazia sul processo vivo, quanto l’impianto filosofico: le definizioni utilizzate per riferirsi alle “cose”, prima ancora della (presunta) utilità e delle messe da celebrare, sono il presupposto per potersi riferire alle cose stesse. È questa una riflessione necessaria e preliminare a qualsiasi “discorso”. Potrei anche discutere la”bellezza” (in questo caso squisitamente formale), quando questa si traduce in etica e visione del mondo.

Virtual Entity è bella e mi ha saputo emozionare. Buona lettura.

Virtual Entity


– Artista, performer, ricercatrice, Eleonora Oreggia (aka xname): come di consueto, brevi presentazioni con i lettori di Artsblog.

Sono nata a Milano, ho studiato al Beccaria (il Liceo Classico, non il carcere), e mi sono laureata con lode al Dams di Bologna nel 2003, con una tesi in Semiotica dell’Arte (Relatore: Paolo Fabbri). Tramite il progetto Leonardo ho fatto uno stage ad Amsterdam presso il Nimk (Nederlands Instituut voor Mediakunst), l’istituto Olandese della Media Arte, dove ho continuato a lavorare come ricercatrice, archivista e montatore video per oltre quattro anni. In seguito sono stata ricercatrice in Design alla Jan van Eyck Academie di Maastricht nel gruppo Imaginary Property, con Virtual Entity. Da pochi mesi abito a Milano e continuo a sviluppare quella che, nel corso di quei sei anni in Olanda, e’ diventata la mia professione: l’arte elettronica, digitale e multimediale.

http://xname.cc

– Parliamo di Virtual Entity, che e’ il motivo per cui ti incontriamo oggi. Concetti quali proprieta’, aunteticita’ e unicita’ se applicati al digitale non sono piu’ validi: perche’?

Virtual Entity e’ un progetto di ricerca (ed un’opera d’arte) il cui aspetto pratico e’ un software per pubblicare, rilasciare e catalogare files digitali, e il cui presupposto e’ che ogni entita’ digitale sia una creazione indipendente dotata di vita propria e in grado di passare attraverso diversi livelli di trasformazione e progressiva generazione (di significati, forme ed entita’).

Le due funzioni principali dell’applicativo sono la creazione di un set di metadata in un database online e la possibilita’ di gestire il software anche come licenza. Dal punto di vista teorico la speculazione verte sul concetto di proprieta’ nel mondo digitale/immateriale e su una ridefinizione ontologica di queste entita’ digitali.

Se la proprieta’ e’ legata ad un oggetto fisico, l’unicita’ si riferisce alla ‘singolarita’ dell’oggetto, mentre il concetto di autenticita’ si spiega, generalmente, facendo riferimento al suo contrario, ovvero la copia. Laddove non vi sia alterita’, ne’ scarto differenziale, tra copia ed originale, questi due mondi semantici collassano come potrebbe accadere in un buco nero, e l’idea di differenza viene sostituita da quella di ‘infinito’, l’infinito numero di copie identiche a se’ stesse che possono venir generate. Lo studioso Otto Roessler ha affermato, durante una conversazione (1) a proposito dei buchi neri: “…non puoi caderci dentro poiche’ il tempo che ti serve per raggiungerlo e’ infinito…”, come se l’infinito potesse creare quella distanza assoluta che preclude le tattilita’, e dunque il possesso. D’altro canto, l’autenticita’ e’ caratterizzata da cio’ che Marcell Mauss definisce, nel suo saggio “Una teoria generale della magia” del 1902, il principio di contiguita’, principio facilmente applicabile anche al reame dell’arte tradizionale: vi e’ un rapporto di tattilita’ tra creatore ed oggetto creato che assicura l’autenticita’ dell’artefatto.

Nel mondo digitale, invece, non vi sono materialita’, ne’ tattilita’ o contiguita’, dunque l’etica va riscritta!

(1) http://xname.cc/audio/conversation_with_Otto_Roessler.mp3

– Partendo da questi presupposti, arrivi a concepire un sistema di rilascio, catalogazione e licenza dei files digitali che trasforma l’approccio classico ai metadata. Come funziona il sistema e quali sono, a tuo avviso, i principali limiti dei sistemi esistenti (dal copyright integrale alle versioni “morbide” dei some right reserved)?

L’applicazione permette la creazione di una collezione di metadata (informazioni relative al file, come ‘autore’, ‘titolo’, etc) che viene archiviata in un database online; questo gruppo di informazioni e’ consultabile da qualsiasi istanza del file, anche al di la’ del formato particolare (ad esempio una immagine in .tif o .jpg). Ho definito questo set di dati ’soul’ (vocabolo inglese quasi equivalente all’italiano ‘anima’): dunque leggendo l’anima del file e’ possibile scoprirne l’essenza. Quante volte vi sara’ capitato, ad esempio, di trovare un file video di cui non riuscite a rintracciare il nome dell’autore?
Il sistema offre inoltre la possibilita’ di aggiungere informazione all’interno dell’aura, che e’, secondo la nomenclatura metaforica della VE, quello spazio attorno all’anima in cui si ritrovano le informazioni relative all’interazione tra entita’ (il file) e mondo esterno, in altre parole l’esperienza del file. Questa spazio ha la funzione di raccogliere la storia dell’opera nella sua interazione con la realta’ non digitale, e con il resto della rete. Ad esempio, qualora io abbia utilizzato un file video durante una serata di cineforum, posso raccontare, lasciando appunto una nota nell’aura del file, i dettagli dell’evento.
Virtual Entity sviluppa al tempo stesso un sistema di relazioni, semantiche o genetiche, che creano una tessitura che costituisce quella ragnatela in cui i files sono i veri attori del web. Ad esempio, se io utilizzo il file audio suono.mp3 all’interno del mio video esempio.mov, il file suono.mp3 sara’ un progenitore (ancestor) del mio video, dunque i due file sono collegati da una relazione genetica. Se invece i due file suono.mp3 ed esempio.mov fossero registrazioni della mia performance della notte di fine anno, la loro relazione sarebbe semantica.

I limiti dei sistemi esistenti sono la mancanza di un reale approccio innovativo che tenga conto della realta’ costitutiva della rete, lo scarso utilizzo pratico, e il problema del terzo incomodo: in un sistema aperto e orizzontale quale la rete, e’ assurdo che una licenza, invece di mettere in contatto i due soggetti autore e fruitore, dirotti entrambi verso una terza entita’ vaga e generica – che poi si rivela esser un brand.

Questo non vale per le licenze software come la GPL (General Public Licence) o la BSD, che invece ritengo utili e adeguate al codice informatico.

– Definisci Virtual Entity un software “fisico e metafisico”: ci spieghi meglio il senso di questa affermazione?

Virtual Entity e’ un software fisico in quanto e’ un’applicazione reale che ha una valenza pratica: e’ uno strumento utile ad archiviare opere digitali. D’altra parte, e’ definito metafisico poiche’ cela al suo interno una riflessione filosofica sull’identita’ digitale e sulle caratteristiche costitutive di tale mondo che va oltre il suo utilizzo. La metafisica, come ben sappiamo, si occupa degli enti con una prospettiva il piu’ generale possibile, con l’intento di cogliere le strutture fondamentali dell’essere. Per questo i rapporti tra metafisica ed ontologia sono molto stretti.

– Nel tuo sistema, i file sono “unita’ culturali indipendenti” dotate di una propria vita artificiale: qual’e’ il loro grado di autonomia? Quale quello di un software?

All’inizio della ricerca volta a definire il design (da un punto di vista sia tecnico che teorico) dell’applicativo, ho diviso le entita’ digitali in quattro sostanze fondamentali: l’audio, il video, il testo e l’immagine. Questa prospettiva e’ stata collaudata nel corso di una serie di workshops che ho tenuto in diversi luoghi d’Europa, nella fattispecie Berlino, Parigi e Lublijana. Il punto era: ha senso tale classificazione? Quali sono i punti critici di questo schema? Varie questioni sono emerse: ad esempio, il testo, a suo modo, puo’ essere visto come un’immagine, e l’immagine puo’ contenere testo. Il software, dal canto suo, e’ composto di testo, dunque… e’ una virtualentity? In seguito ad una lunga riflessione, la mia risposta e’ stata: no. Se nelle entita’ virtuali le sostanze sono immanenti, a seconda della prospettiva dell’osservatore, il software, quando diventa computazione, e’ un processo dinamico che si verifica all’interno della macchina computer. Il software risulta dunque piu’ simile ad un demone, uno spirito malizioso ed astuto, il quale partecipa di quella famosa “polumetis” che fu la marca distintiva di Ulisse, l’eroe che non era nessuno.

Per approfondimenti è possibile consultare:
http://virtualentity.org/docu
ed in:
http://virtualentity.org/journal
‘Reflections around substances’
‘A polumetis spirit’

– La diffusione di Virtual Entity e’ potenzialment virale. Quali sarebbero le conseguenze di una sua adozione da parte di una massa critica di utilizzatori? E’ attualmente possibile utilizzare il software?

Non credo sia necessaria una massa critica, una massa sarebbe gia’ qualcosa. Le conseguenze potrebbero essere molteplici: da un lato il superamento del concetto di licenza e copy-right, ma anche il passaggio dall’idea di pirateria e pirataggio, che nella cultura popolare ha un’accezione negativa, a quella – piu’ al passo coi tempi – della non-proprieta’ e delle entita’ virtuali, che implica una concezione della cultura e delle opere come processi collettivi di espressione, riflessione e manipolazione in fieri. Inoltre, l’idea di una storia dell’arte scritta dal basso, che si costruisca in maniera orizzontale, distribuita e fuori dal controllo – esente anche dall’obbligo di esser necessariamente vera, o scientifica – e’ inedita e intrigante.

Il software e’ correntemente utilizzabile, consiglio ad eventuali utenti di non aspettare le release ufficiali, ma di scaricare direttamente uno ‘snapshot’ dal repository:

http://code.xname.cc/?p=virtualentity.git;a=summary
http://virtualentity.org/code

– Virtual Entity e’ un progetto aperto: chi collabora in questo momento al suo sviluppo e come e’ possibile partecipare per chi fosse interessato?

Virtual Entity nasce come semplice sistema per connettere informazione di carattere generale a creazioni (files) condivise in rete (video, musica, etc): uno strumento pensato da chi, utilizzando il computer come mezzo per fare arte e la rete come piattaforma per distribuire e comunicare le proprie creazioni, non ha trovato nel paradigma della Creative Commons altro che una noiosa delusione. Con Virtual Entity l’idea dei ‘diritti d’autore’ viene automaticamente superata da quella, piu’ adatta alla tecnologia corrente, di interscambio di informazioni.

Tra le persone che mi hanno incoraggiata non posso fare a meno di citare Bomboclat (Milano, Autistici), Jaap Vermaas (Amsterdam, Tuxic e Ascii), host del sito e del primo database, Ronald Siebes della Vrije Universiteit di Amsterdam, Margreet Riphagen della Blender Foundation, e Florian Schneider, il quale ha introdotto il progetto nel gruppo di ricerca ‘Imaginary Property’ alla Jan van Eyck Academie di Maastricht. Inoltre Cristian Maglie (Megabug) ha dato un impulso decisivo nell’ideazione del sistema tecnico e nella scrittura del primo prototipo in Python, mentre Graham Harwood (Goldsmiths), Matthew Fuller (Goldsmiths), il network ‘transmission.cc’ e altri hanno creduto nel progetto.

In una fase iniziale e’ stato necessario mantere il cerchio relativamente ristretto in modo da non rischiare di perdere l’identita’, sin dall’inizio piuttosto definita, di questo progetto.

Oggi Virtual Entity sta diventando una signorina e, sebbene ancora molto giovane, e’ quasi pronta ad andare per la sua strada: ora che il progetto ha un’identita’, puo’ svilupparsi secondo la sua indole personale, e quella di coloro che vi collaboreranno. La Virtual Entity e’, non diversamente dalle entita’ per le quali e’ stata creata, pronta a vivere di vita propria.

Questo e’, in altre parole, un invito a partecipare, deformare, creare commistioni, progetti ibridi, derivati artistici, Altro!

Il progetto e’ aperto e la collaborazione e’ quantomai ben accolta, basta contattare la mailing list: dev@virtualentity.org

– Che tipo di reazioni hanno i “programmatori” (utilizzando un termine alquanto odioso…) entrando in contatto col progetto? Ti faccio questa domanda perche’ nel corso della tua presentazione ad AHAcktitude, dietro di me ne ho visto uno lettelarmente rapito, come davanti ad una visione: non esagero, perche’ ho avuto occasione di parlarli subito dopo… E’ una dinamica interessante. Ti sono capitati “episodi” del genere? Se si’, ne ricordi qualcuno in particolare

Devo ammettere, anche se la domanda mi imbarazza, che qualche episodio di questo genere e’ capitato, poiche’ questo non e’ uno di quei progetti che lascia indifferenti. Un esempio celebre e’ Lev Manovich (UCSD, San Diego), teorico del digitale piu’ che programmatore; dopo aver assistito ad una piccola presentazione del progetto a Goldsmiths (Universita’ di Londra), mi ha chiesto, entusiasta, se avevo gia’ parlato con Tim Berners-Lee, il fondatore del World Wide Web, suggerendomi di contattarlo. I programmatori invece… Molti sono stati entusiasti e pronti ad offrire il loro aiuto, anche se poi alcuni si sono dimostrati confusi dal contenuto teorico di questo software, e soprattutto dal fatto che la teoria guidi la prassi, e l’uso dei termini e della nomenclatura e’ maniacale – come in un sistema filosofico e/o mitico.

– Ultima domanda, un po’ piu’ generale. Leggendo la tua biografia traspare una profonda vicinanza ai centri sociali, agli squat e agli ambienti legati al free software, come gli hacklab, sia italiani che europei: luoghi che per tutti gli anni ‘80 e 90’ sono stati i centri propulsori di tendenze culturali radicali e capaci di innovazione reale. E’ ancora cosi’? Quali sono le esperienze che hanno maggiormente influito sul tuo percorso o che ritieni particolarmente significative e perche’?

La cultura radicale (e dunque innovativa) nasce e si sviluppa in ambienti radicali, e questo e’ un dato di fatto difficile da cambiare.

Le esperienze piu’ significative per il mio percorso artistico sono state due: il laboratorio video del TPO a Bologna (2001/2002), e l’hacklab ASCII di Amsterdam, dal 2004 al 2006.

Perche’? Io adoro trovarmi in una stanza piena di persone assorte di fronte a tanti piccoli computers, condividendo spazi, saperi e strumenti.

Via | Artsblog.it