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Un pomeriggio all’Opificio Telecom – Part 2: la mostra Digital Life


Eccoci dunque alla seconda parte del mio pomeriggio all’Opificio Telecom: la visita alla mostra Digital Life. In serata ci siamo infatti spostati verso la Pelanda, in zona Testaccio, il nuovo spazio espositivo di cui ArtsBlog ha subito segnalato l’apertura.

Ero molto curiosa di visitare la mostra, prima di tutto per il titolo: la vita digitale e l’arte che si interessa di questo argomento è uno dei miei filoni di ricerca preferiti e qui a Roma difficilmente questo tipo di sperimentazione trova un suo spazio negli spazi museali e nei grandi circuiti espositivi: per la scena underground valgono analisi e valutazioni differenti, che però non riguardano questo articolo.

Tornando alla Pelanda, senza nessun dubbio, posso iniziare a farvi la mia classifica personale delle istallazioni che ho apprezzato di più: per descrivere le opere ho inoltre utilizzato alcuni video di Musei In Comune 2.0, seguendo il filo che unisce il reportage a Marina Bellini come ricorderete dall’intervista.

La mia preferita è senz’altro l’istallazione di Erwin Redl: una stanza al buio che riproduce in modo semplicissimo – ma di assoluto effetto – la matrice digitale. Led verdi collocati su fili metallici in modo geometrico creano un labirinto in cui muoversi. Ci si sente spaesati, privi di punti d’orientamento, improvvisamente proiettati nella scenografia del celebre Matrix. Quest’opera a mio giudizio ha tre catatteristiche fondamentali: è la più interattiva e immersiva della mostra, nonostante la componente tecnologica sia minima: ma cosa c’è di più interattivo che creare uno spazio nuovo in cui muoversi?; crea immaginario: la metafora della rete è così presente nella nostra vita quotidiana che sappiamo benissimo quanto i nostri corpi siano effettivamente immersi un questa dimensione: farne esperienza diretta, fisica, concretizza infatti una nostra proiezione mentale (o comunque una mia proiezione mentale, tanto che ci sono rimasta dentro almeno 10 minuti); costa poco, e per me, che ho una amore viscerale per la bellezza accessibile, in una mostra ad alto contenuto tecnologico con opere dispendiose la capacità di realizzare un’esperienza forte e completa con tecnologie minime è un valore: molto bravo l’artista, in questo senso.

La seconda è “Ondulation2002” di Thomas Machintosh. Una vasca monolitica, due altoparlanti, una proiezione. Quando gli altoparlanti entrano in funzione, l’acqua si increspa e due cerchi concentrici appaiono sulla sua superfice: la superfice dell’acqua diventa lo specchio riflettente della prioezione che appare su un grande schermo a parete davanti agli spettatori. Il suono si materializza nello spazio, realizzando una particolare sinestesia. Un oggetto ipnotico, per me una forma di vita arcaica, una placida divinità marina sopravvissuta ad ere geologiche sconosciute, e a suo modo spirituale. Molto bella anche la scelta dei colori, fra cui il mio preferito un rosa aurorale che ricordava un’enorme conchiglia.

La terza è “fluid, invisible, inaudible…” realizzata dal maestro Sakamoto con Shiro Takatani (Dumb Type). Ancora vasche, questa volta nove, sospese. E acqua. A creare uno spazio intimo, meditativo: tanto che avrei voluto essere da sola. Sulla moquette questi microscosmi delicati si allargano in proiezioni, come mappe di mondi sconosciuti. Sulle vasche un particolare vapore dà la sensazione di paesaggi e ambientazioni da romanzo fantasy, ma con un’estetica zen. Veramente notevole.

Ma veniamo alla mio resoconto critico.

Digital Life, confermando quanto mi ha raccontato Marina Bellini, è una mostra bella. L’estetica è curata, le istallazioni sono d’effetto, alcune come Ondulation non stento a definirle monulentali. Ma rispetto al titolo della mostra mi sarei forse aspettata più “vita digitale” in senso stretto: dall’arte generativa (se pure presente in diverse sperimentazioni), spostando l’asse della riflessione sulla vita autonoma degli esseri digitali (reti neurali, intelligenze artificiali, cellular automata etc); a quelle opere capaci di esplorare come la tecnologia si infiltra modificandola e aumentandola nelle nostre vite quotidiale, spostando l’asse della riflessione sugli umani. Gli aspetti interattivi delle opere erano inoltre tutto sommato limitati: poche le occasioni in cui la presenza dello spettatore genera un “feedback” nell’ambiente alterandolo, come di poter “giocare” con l’opera usando il proprio corpo. Il senso principale coinvolto è infatti la vista (le opere sono belle e si vogliono far guardare), in un paradigma ancora molto prossimo a quello della rappresentazione estetica, della bellezza, più che dell’interazione. Come dicevo, l’esempio migliore di spazio immersivo-interattivo resta per me la semplicissima matrice di Redl.

Detto ciò Digital Life ha due grandi preggi. Il primo è quello di aprire Roma ad una sperimentazione sulle arti digitali, che non ha finora mai impegnato realmente le istituzioni culturali della città: è un inizio di cui bisogna rendere il merito a Romaeuropa. La stessa Fondazione è forse solo da un’anno a questa parte impegnata in questi percorsi, e Digital Life mi sembra di poter dire che sia il loro primo vero impegno curatoriale in questa direzione. Il che ci fa ben sperare per il futuro. Il secondo è stato quello di inaugurare lo spazio della Pelanda: uno spazio impegnativo da allestire, sia per la storia che si porta dietro sia per la conformazione architettonica dello spazio, che è enorme e difficile da “riempire”. Ricordo che la Pelanda è un ex-mattatoio e la scelta del restauro è stata conservativa: una scelta giusta a mio avviso (ci sono ancora intatti, ad esempio, i ganci della macellazione: bellissimi), ma far vivere in modo armonico gli elementi di una mostra con una scenografia così connotata non è impresa da poco.

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