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Interviste Share Prize: Perry Bard

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Perry Bard è stata selezionata per la mostra Share Prize 2010, che verrà allestita dal 2 al 7 novembre presso il Museo Regionale di Scienze Naturali.
Inoltre entra a far parte di questo video partecipativo! Leggi come fare qua.

L’uomo con la macchina da presa imposta un processo delegando poi ai suoi agenti, in questo caso agli utenti di Internet, la responsabilità di realizzarlo. Come cambia il concetto di paternità dell’opera quando questa è il risultato di una partecipazione collettiva?
La differenza sostanziale risiede nell’estetica che non è più una sola. In qualunque versione del remake si prenda in considerazione, immagini girate a Bogotà vengono giustapposte a riprese fatte a Bangkok, immagini di Tokyo a quelle di Rio e così via. Le riprese vengono caricate sul sito usando tecnologie diverse, perciò formato e risoluzione variano di continuo. Siccome il remake è riprodotto in sincrono con la pellicola originale di Vertov, la funzionalità del cinema come banca dati viene messa in relazione all’estetica cinematografica. La visione di Vertov è personale, i filmati caricati invece rappresentano la pluralità. La continuità tra il fotogramma 463 e il 464, ad esempio, esiste in funzione di tutto il resto che è costituito dal film originale sulla sinistra, dal remake sulla destra, dallo spazio interno e esterno alle finestre, dal sito e da Internet. L’estetica rispecchia e dipende dal contesto in cui l’opera viene prodotta. Da questo punto di vista, si potrebbe analizzare il lavoro concentrandosi su quali siano le zone del mondo che non sono rappresentate e sul motivo di questa scelta. La domanda che mi pongo, nel creare un remake globale, è: chi rappresenta la collettività?

Quest’opera è un chiaro esempio di quanto sia semplice per un artista oggi, grazie agli algoritmi del digitale e alla connettività di Internet, avviare processi autonomi che, una volta messi in moto, si sviluppano in maniera indipendente rispetto all’ideatore. Che cosa pensi dello stretto legame tra media art e process art?
C’è una correlazione evidente in quanto a metodo di lavoro. Il procedimento è generativo, aperto, il suo sviluppo e la sua esistenza dipendono dal contesto in cui l’opera si trova. La connettività necessaria e derivante da questo lavoro dà vita al procedimento. Dal punto di vista stilistico invece, mi riesce difficile separare il concetto di process art dal ruolo che ricopre nella storia dell’arte e poi da quella di paternità dell’opera. Ma si tratta comunque di un’osservazione logica e molto interessante.

– Secondo te, che differenza c’è tra l’impatto che provocò all’epoca il film di Vertov e quello suscitato dalla tua opera in divenire?
Il film di Vertov provocò reazioni molto contrastanti. Direi invece che la mia opera in divenire viene recepita in maniera simile a seconda del pubblico. Nel mondo dei new media ha suscitato reazioni positive, mentre nel settore cinematografico si esita ancora ad accettare lo stravolgimento di un capolavoro. L’opera finora è stata presentata in quaranta differenti ambiti, tra cui festival di media art, musei, gallerie, biennali, conferenze, proiezioni pubbliche, di cui soltanto tre erano festival cinematografici. Nel 1929, Vertov fu criticato (tra le altre cose) per aver accelerato la velocità delle immagini in un documentario. Amanti del cinema hanno mosso critiche simili al remake. È ancora una forma aliena.